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Dalla parte della Sfinge: René Guénon

La Lettera G  n° 9, pp. 77-86

(Estratti)

      Uno dei vantaggi di rivolgersi a un numero di lettori tutto sommato abbastanza contenuto è di finire, prima o poi, per conoscere una buona parte del proprio «pubblico». Spesso la corrispondenza indirizzata alla redazione contiene spunti interessanti, occasioni per approfondire argomenti che si tenderebbe a dare per scontati più per superficialità che per effettiva comprensione. Nella stragrande maggioranza dei casi l’attitudine dei corrispondenti è, ovviamente, di condivisione rispetto ai contenuti della rivista, ma non mancano casi di dissenso, o anche di aperta contestazione di quanto si va scrivendo su queste pagine.

      Un esempio di questo secondo tipo di disposizione ci è stata recentemente mostrata da un lettore che, non senza un’apprezzabile franchezza, ha rimproverato ai redattori della rivista la «rigida ortodossia guénoniana» che li caratterizzerebbe, aggiungendo che essa costituirebbe a suo parere un «ostacolo capace di bloccare qualsiasi progresso nella via iniziatica [!], perché ogni massone deve essere, prima di tutto e in cuor suo, un eretico come lo furono i nostri antenati gnostici, catari e templari». Queste critiche, a nostro parere, non fanno che portare all’estremo alcuni pregiudizi su René Guénon ben presenti e radicati sia all’interno sia all’esterno della Massoneria, pregiudizi che del resto accompagnano la diffusione dell’opera di tale autore da parecchi decenni e che furono formulate, in termini non dissimili, anche all’indirizzo della «Rivista di Studi Tradizionali»[1]. Non ci sembra dunque fuori luogo esaminarle più da vicino, in particolare per cercare di cogliere, al di là delle valutazioni e delle opinioni più o meno episodiche su questo o quel testo, quali siano le ragioni di fondo di tale grave incomprensione della natura e della portata dell’opera di R. Guénon e dei suoi rapporti con la Massoneria.

      Per cominciare vorremmo cercare di fare un po’ di chiarezza su una coppia di termini antitetici che paiono preoccupare molto alcuni critici del punto di vista tradizionale: ortodosso ed eterodosso. Etimologicamente ortodossia non significa altro che «retta opinione», dall’unione delle parole greche orthòs e dòxa; il suo contrario, eterodossia, significa invece «diversa opinione», per la sostituzione di teros a orthòs, e dunque «opinione non retta». E se ci limitassimo a ciò, risulterebbe difficile comprendere come sia possibile farsi vanto della propria «eterodossia», come invece avviene oggi non di rado anche al di fuori dell’ambito massonico.

      Se ciò avviene, è evidentemente a causa della sfortunata storia del termine «ortodossia» in Occidente, che richiama prassi, del tutto slegate da preoccupazioni di ordine intellettuale, volte all’affermazione di una sorta di «pensiero unico». Tuttavia, per tornare alle critiche del nostro corrispondente, è evidente che esse non hanno alcun rapporto con il punto di vista espresso da R. Guénon, il quale, anzi, ha dedicato migliaia di pagine alla dimostrazione dell’unità essenziale di tutte le tradizioni, ciascuna vista come legittimo adattamento dei princìpi metafisici alle diverse condizioni di epoca e di luogo. Dal punto di vista tradizionale, quindi, più che di «ortodossia» si dovrebbe a buon titolo parlare di «ortodossie», di diversi punti di osservazione della realtà, tutti legittimi e tutti ispirati dai medesimi princìpi di ordine trascendente: poiché, anzi, già l’idea di porre un limite alle possibili formulazioni della Verità rappresenta, dal punto di vista tradizionale, una tipica manifestazione di eterodossia.

      Quanto poi al termine «eresia», esso, dal punto di vista etimologico, non significa che «scelta», haìresis, e dunque non è possibile considerarlo sinonimo di «eterodossia» se non ritenendo che ogni «scelta» debba necessariamente essere considerata «eterodossa» solo perché potenzialmente in contrasto con una millantata «ortodossia unica». E se dunque la Massoneria ha rappresentato il «centro d’unione» in cui sono confluite le eredità di molteplici correnti iniziatiche considerate «eretiche», essa lo è stata anche perché tali dottrine, pienamente ortodosse, erano minacciate dal dilagare di un’eterodossia negatrice e distruttiva che tentava di conseguire un illegittimo «monopolio della verità». A voler ben vedere poi, anche nel caso della parola «eresia», l’uso che la contrappone a «ortodossia», basato sul fatto che nei testi cristiani in lingua greca ha presto assunto il significato di fazione, setta, dottrina sbagliata, può essere considerato piuttosto fuorviante: da un lato infatti ogni possibile ortodossia, ovvero «retta opinione», non può essere compresa al di là di un livello molto elementare se non sulla base di un’attitudine profondamente «eretica», di una «scelta» interiore di carattere intellettuale non basata sulla mera imitazione di presunte «autorità» esteriori o sulle suggestioni diffuse nell’ambiente in cui si vive; e dall’altro accettare un’idea senza esaminarla, e quindi in definitiva «sceglierla»[2], rappresenta, se non già una manifestazione certa di eterodossia, almeno un sicuro viatico verso la cecità intellettuale.

      Capiamo bene che a molti queste considerazioni parranno poco digeribili, capaci come sono di scontentare tutti per non adattarsi a nessuno dei pregiudizi su cui riposa da tempo l’intellettualità occidentale; ma l’argomento cui dobbiamo passare ora lo è forse ancora di meno. Infatti, al di là delle questioni legate al significato di «ortodossia» e di «eresia», c’è qualcos’altro che c’impedisce di accettare l’etichetta di «ortodossia guénoniana»: René Guénon. [...]

L. M.



note

  1. Ad esempio da parte di Julius Evola, che qualificava gli scritti di tale rivista con l’assurda espressione «scolastica guénoniana».

  2. Va inteso che tale «scelta», quando riguardi questioni attinenti all’aspirazione iniziatica, non costituirà che il riflesso visibile sul piano individuale dell’«elezione», poiché «non si sceglie la via, è la via a scegliere». Sarà, per così dire, l’equivalente della «scelta» che si chiede al recipiendario tra il sottoporsi alle prove iniziatiche o rinunciare all’iniziazione.




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