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La «catena della tradizione»

La Lettera G  n° 8, pp. 3-17

(Estratti)

      Potrebbe sembrare superfluo, per i lettori di questa rivista, tornare sull’idea di «tradizione», la cui definizione e le cui implicazioni dovrebbero essere ben chiare. Del resto già l’incipit della Costituzione del Grande Oriente d’Italia ci ricorda che «La Massoneria è un Ordine universale iniziatico di carattere tradizionale e simbolico»[1], con ciò volendo, evidentemente, attribuire il medesimo carattere fondamentale sia al metodo di trasmissione dei suoi insegnamenti, ovvero il simbolismo, sia alla loro origine, cioè la tradizione.

      Tuttavia non è infrequente, anche in ambiti che dovrebbero essere per loro natura immuni da certi travisamenti, vedere confusa la tradizione – intesa come trasmissione di simboli, riti e dottrine in grado di fungere da supporto alla realizzazione iniziatica – con le diverse forme di «tradizionalismo» che parteggiano per il ritorno a forme sociali, culturali o addirittura «estetiche» del passato. Tale seconda attitudine, che potremmo definire, con un neologismo, più che conservatrice, «regressista», si colloca invece su un piano completamente diverso da quello di cui qui si tratta[2], e corrisponde, a nostro parere, a una delle tante patologie del pensiero che la cultura contemporanea pone a schermo delle questioni veramente rilevanti dal punto di vista iniziatico.

      Questo non significa, naturalmente, che gli iniziati debbano disinteressarsi per principio a tutto ciò che concerne l’ambiente sociale in cui sono collocati: un’affermazione del genere risulterebbe priva di qualsivoglia giustificazione logica, e potrebbe essere facilmente smentita dalla gran quantità di esempi del passato in grado di dimostrare l’esatto contrario; soltanto che, nell’affrontare questo genere di questioni, chi si colloca in una prospettiva realmente tradizionale ha a sua disposizione ben altri strumenti di analisi e influenza rispetto alle vuote tendenze sentimentali rappresentate dai termini «conservatore» o «progressista».

      Sgombrato il campo da questi equivoci, possiamo dedicarci con miglior spirito all’esame della frase di René Guénon che ha ispirato il titolo di questo articolo, ovvero quella secondo cui «senza dubbio alcuno, da Pitagora a Virgilio e da Virgilio a Dante la “catena della tradizione” in terra italiana non fu mai interrotta»[3].

      Dal contesto in cui tale affermazione è espressa appare chiaro che la «continuità» in gioco non si colloca sul piano delle forme esteriori, quanto piuttosto su quello del comune utilizzo di strumenti simbolici, e in particolare del simbolismo dei numeri, il quale, benché in linea di principio si ritrovi nelle più diverse correnti iniziatiche in conseguenza dell’unità fondamentale delle forme tradizionali, nondimeno nel caso specifico rappresenta un indizio sufficiente a suggerire una continuità di ordine propriamente iniziatico tra i pitagorici, le tradizioni misteriche della Roma classica e i Fedeli d’Amore. Curiosamente, però, proprio i tre riferimenti che R. Guénon cita costituiscono limpidi esempi di iniziati che, oltre a tramandare il patrimonio simbolico di cui erano depositari, contribuirono in modo determinante all’orientamento dell’ambiente sociale e culturale del tempo in cui vissero: Pitagora partecipando direttamente al governo della città di Crotone, ispirato ai princìpi della sua scuola; Virgilio con l’influenza che esercitò, sia direttamente sia attraverso il circolo di Gaio Mecenate, sulla definizione della politica imperiale di Augusto; Dante con il sostegno che diede, tanto con gli scritti quanto con l’azione più direttamente politica, all’ideale di restaurazione di un Impero universale e autonomo.

      Se proprio volessimo scorgere, però, una continuità anche nell’aspetto più propriamente sociale dell’operato di questi iniziati, non è certo nelle categorie della politica moderna che potremmo trovarne la chiave. Infatti, Dante era indubbiamente contrario alla forma di organizzazione che all’epoca appariva come il nuovo, ovvero quella degli stati-nazione che iniziavano a delinearsi sotto l’impulso dei giuristi francesi riuniti alla corte di Filippo il Bello; Virgilio, invece, si schierò apertamente a favore della nascente forma imperiale contro i tradizionalisti repubblicani; e per quanto riguarda Pitagora, non possiamo dimenticare che sotto diversi aspetti egli fu considerato un innovatore dei rapporti sociali, ad esempio per il fatto di ammettere le donne insieme agli uomini ai suoi insegnamenti filosofici.

      Ci pare quindi più corretto pensare che a unire gli anelli di questa catena, anche dal punto di vista della scienza del governo degli uomini, sia stata, piuttosto che la nostalgia per un idilliaco passato immaginario, confuso con l’età dell’oro, l’applicazione costante, attraverso le mutevoli condizioni esterne, degli insegnamenti tratti dalle dottrine iniziatiche che essi trasmisero. E che ciò si sia manifestato per Virgilio come accordo con coloro che risultavano i temporanei vincitori nell’agone politico, mentre per Dante con l’opposizione alle tendenze dominanti, che lo condusse alla persecuzione e all’esilio, è la prova di come la corrente che unì questi personaggi non facesse, neppure nelle questioni di ordine apparentemente più esteriore, alcuna concessione all’opportunismo o alla convenienza personale: qualità che, del resto, costituisce semplicemente l’applicazione al campo dei rapporti sociali dei princìpi fondamentali su cui si basa ogni dottrina iniziatica. [...]

Giovanni Testanera



note

  1. Art. 1 (il corsivo è nostro).

  2. Non può essere questa la sede per descrivere le profonde differenze di natura esistenti tra questi due punti di vista, del resto ben tratteggiate dallo stesso René Guénon in «Tradizione e tradizionalismo» (cap. XXXI de Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi) e in «Tradizione e trasmissione» (cap. IX di Considerazioni sull’iniziazione).

  2. Frase con la quale R. Guénon chiude il cap. II de L’esoterismo di Dante (il corsivo è nostro).




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