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Minerva all'Oriente

La Lettera G  n° 8, pp. 51-63

(Estratti)

«Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse».

Dante, Par., II, 8-9


      Scorrendo le pagine dell’Orazione di congedo[1] di Giordano Bruno, la nostra attenzione è stata attirata dalle considerazioni che l’autore svolge dapprima in merito al «giudizio di Paride», raffrontato, poche righe dopo, alla «scelta» di Salomone. In entrambi i casi, com’è noto, sono in gioco quelli che si potrebbero chiamare tre «aspetti divini» ordinati gerarchicamente, riguardo ai quali Paride e Salomone manifestano attitudini diametralmente opposte, corrispondenti in fondo alle loro rispettive tendenze[2]. Nel primo caso, la preferenza accordata a Venere conduce Paride, e con lui i Troiani, alla rovina. Si potrebbe affermare che tale è l’attitudine del profano il quale, anteponendo l’«esteriore» all’«interiore», non è in grado di andare oltre le apparenze e ne rimane quindi irrimediabilmente prigioniero. Nel secondo caso, per converso, Salomone ottiene «in sovrappiù», oltre alla Saggezza da lui preferita[3], anche potenza e bellezza. È interessante osservare fin d’ora che Salomone, il cui nome significa «re pacifico», riunisce e sintetizza al contempo – e diremmo proprio in virtù della preferenza da lui espressa nei confronti della Saggezza – funzioni regali e sacerdotali, tali da farne l’equivalente dell’«uomo vero» della tradizione estremo orientale, che corrisponde in Massoneria al grado di Maestro e quindi alla restaurazione dello «stato primordiale»[4]. Torneremo più avanti sulla rilevanza di tale osservazione ai fini del presente studio. Inutile del resto sottolineare quanta importanza abbia, nel simbolismo muratorio, tale aspetto «salomonico», connesso nella fattispecie alla costruzione del Tempio di Salomone, simbolo del «Centro del Mondo»[5].

      Ora, tra i simboli che decorano la Loggia massonica, quello di Minerva, situato all’Oriente nelle Obbedienze latine, merita a nostro modo di vedere un’attenzione particolare, in rapporto a quanto abbiamo appena detto. A prima vista, sembrerebbe più appropriato parlare in proposito di una figura allegorica ma, come cercheremo di mostrare, la portata del suo significato va oltre la semplice allegoria. Intanto, tale figura è posta in corrispondenza con la Saggezza, attributo del Maestro Venerabile, mentre Forza e Bellezza, attributi rispettivi del 1° e 2° Sorvegliante – connessi quindi alla Colonna dei Compagni e a quella degli Apprendisti – sono raffigurate in genere da Ercole e Venere[6]. Questa constatazione ci porta a sottolineare una cosa che dovrebbe apparire in fondo ovvia, ossia: se Minerva è posta a rappresentare la Saggezza, dovrà esserci, tra i suoi caratteri, un legame preciso e necessario con ciò che essa simboleggia. Intendiamo dire che, come ogni simbolo, dovrà esserci un rapporto rigoroso tra quest’ultimo e ciò che viene simboleggiato, in conformità alle leggi generali del simbolismo.

      Del resto, è possibile rilevare interessanti corrispondenze con dati tratti da altre forme tradizionali, che possono tornarci assai utili al fine di approfondire il significato e la portata della figura simbolica di Minerva. Considerando alcuni «aspetti divini» nell’ambito della tradizione indù, René Guénon segnala che «Lakshmî è la Shakti [o “potenza”] di Vishnu; Saraswatî o Vâch è quella di Brahmâ; Pârvatî, quella di Shiva. Pârvatî è anche chiamata Durgâ, vale a dire “difficile da avvicinare”. È notevole che una corrispondenza con queste tre Shakti si ritrovi perfino nelle tradizioni occidentali: così, nel simbolismo massonico, i “tre pilastri principali del Tempio” sono “Saggezza, Forza, Bellezza”; qui, la Saggezza è Saraswatî, la Forza è Pârvatî e la Bellezza è Lakshmî»[7]. Poco prima, commentando lo stato di pânditya, ossia del «sapere», corrispondente a Saraswatî, osserva che esso è un «[…] attributo che si riferisce a una funzione di insegnamento: chi possiede la Conoscenza è qualificato per comunicarla agli altri o, più esattamente, per risvegliare in essi delle possibilità corrispondenti, poiché la Conoscenza, in se stessa, è rigorosamente personale e incomunicabile. Il Pandita ha dunque più specificamente il carattere di Guru o “Maestro spirituale” […]»[8].

      Si noterà come tali parole si attaglino alla perfezione a Minerva qual è considerata in Massoneria, in rapporto, come dicevamo, con la Saggezza e con la funzione del Maestro Venerabile, il quale «istruisce i Fratelli con il lume della propria Scienza Muratoria »[9]. Del resto, se il nesso fra i «tre pilastri del Tempio» e le tre principali funzioni di Loggia permette di stabilire una stretta relazione tra essi e i tre gradi simbolici, la Sapienza dovrà allora essere una caratteristica peculiare della «Camera di Mezzo». Quest’ultima rappresenta lo «stato» in cui è «situato» il Maestro Massone, il quale, avendo acquisito la «pienezza dei diritti massonici», ha tra l’altro la facoltà di «collocarsi» indifferentemente nell’una o nell’altra «Colonna». A quest’ultimo riguardo è opportuno rilevare che, nella Massoneria latina, sul tronetto del Maestro Venerabile è presente una colonnina dorica, detta «della Saggezza» (mentre sui tronetti dei Sorveglianti sono presenti quelle «della Forza» e «della Bellezza», ornate secondo altri «ordini» architettonici). Data la sua posizione «centrale» in rapporto alle altre due, essa richiama il simbolismo del caduceo ermetico, nel quale «[…] la bacchetta centrale corrisponde a sushumnâ e i due serpenti a idâ e pingalâ; queste ultime due sono talvolta anche rappresentate, sulla canna brâhmanica, dalla traccia di due linee elicoidali che si arrotolano in senso inverso l’una dall’altra, in guisa tale da intersecarsi all’altezza di ciascuno dei nodi che raffigurano i diversi centri. Nelle corrispondenze cosmiche idâ è riferita alla Luna, pingalâ al Sole, e sushumnâ al principio igneo; è interessante notare la relazione che ciò presenta con le “Tre Grandi Luci” del simbolismo massonico »[10]. Il brano che abbiamo riportato mette in luce come l’aspetto «centrale», legato alla «Saggezza», implichi una condizione di equilibrio tra le due correnti «sottili»[11]riferite in Massoneria rispettivamente al Sole e alla Luna, condizione simboleggiata dalla «Stella Fiammeggiante», la quale rappresenta «l’uomo rigenerato»[12].

      D’altra parte è noto che, secondo il mito, Atena, assimilata dai latini a Minerva, nasce armata di tutto punto dalla testa di Zeus. Platone, nel Cratilo, attribuisce a Socrate la definizione di «theu noesis» a proposito di Atena, che significa «pensiero divino», e dice che Omero ha raffigurato in lei il «nous» (mente) e la «dianoia» (intelligenza). Aggiunge ancora la formula «a theonoa», poiché «theonoe» vuol dire «intelligenza divina», significato del tutto coerente al racconto mitico. Osserviamo per inciso come, in tale ottica, Atena/Minerva presenti diverse analogie con l’«amorosa madonna Intelligenza» di Dino Compagni e dei «Fedeli d’Amore»[13].

      Tra i suoi attributi vi è quello guerriero, ma con caratteristiche tali da differenziarlo da Marte, che rappresenta piuttosto la guerra come distruzione e furia «cieca», mentre nel caso di Minerva esso si riferisce alla guerra intesa come ristabilimento dell’ «ordine». Essa combatte quando è necessario e in funzione equilibratrice, e in una o due occasioni atterra lo stesso Marte. È a fianco degli eroi e li «ispira », sia nelle guerre sia nelle loro «peregrinazioni»: Ulisse, Diomede, Eracle, Giasone, Perseo, Bellerofonte. Bruno accosta tale lato guerriero al fatto che «[…] nient’altro che una milizia essendo la vita dell’uomo sopra la terra, questa [Minerva] è colei che rovescia l’improbità degli scellerati, ne reprime l’audacia e ne disperde i disegni. […] E poiché più di ogni altra cosa nella condotta delle guerre è necessaria la sapienza, madre d’ogni solerzia, si facciano esse contro nemici visibili o contro invisibili, perciò ella è il nume dei belligeranti»[14]. Va da sé che, parlando di guerra e degli attributi militari di Minerva, è chiaro che abbiamo in vista in primo luogo il combattimento interiore contro i «vizi» e le «passioni» che l’iniziato è tenuto a ingaggiare senza tregua, mirando a unificare e integrare le «potenze» dapprima disperse della propria individualità. Al tempo stesso, però, e diremmo necessariamente, tale combattimento non può che estendersi all’insieme dell’«ambiente» nel quale si colloca tale individualità[15] talché, in ultima analisi, si tratta in realtà di una sola e unica «guerra», la quale corrisponde del resto all’opera «costruttiva» che il Massone è chiamato a compiere in se stesso e quindi, simultaneamente, sul «cantiere del mondo»[16].

      Minerva, d’altro canto, è anche considerata la protettrice delle Arti, ciò che la pone in diretto rapporto con l’«arte della costruzione» e, più in generale, con le Arti Liberali, di cui la Massoneria ha sempre conservato il ricordo[17]. E non sarà sfuggito, da quanto abbiamo detto sinora, come Minerva riassuma in sé funzioni sacerdotali, regali o guerriere ma anche, giustappunto, «artigianali», corrispondenti a quelle proprie delle tre caste «due volte nate», ossia Brâhmana, Kshatriya e Vaishya. È notevole del resto che un altro suo epiteto sia «Tritogenia», generalmente interpretato come indicante che essa era nata sulle rive del fiumeTritone[18]; tuttavia R. Graves, nel suo libro I miti greci, precisa che «Atena fu in origine la triplice dea […]» [19]; in molte raffigurazioni essa appare con un elmo a tre cimieri. Si potrebbe accostare tale triplice funzione a quella dell’Ermete trismegistos o «tre volte grandissimo», rappresentato al contempo come «re» e «pontefice»[20].

      Ora, considerando le cose sotto una prospettiva un po’ differente, la radice etimologica di Minerva la pone in relazione sia con la «mente» sia con l’uomo in quanto specie, caratterizzato per l’appunto dal «mentale», cui corrisponde la facoltà razionale: «[…] non è […] senza motivo che una medesima radice man o men è servita a formare in varie lingue numerose parole che designano da una parte la luna (greco mênê, inglese moon, tedesco Mond), e dall’altra la facoltà razionale o la “mente” (sanscrito manas, latino mens, inglese mind), e quindi anche l’uomo considerato in special modo nella sua natura razionale mediante la quale si definisce specificamente (sanscrito mânava, inglese man, tedesco Mann e Mensch). La ragione, infatti, che è solo una facoltà di conoscenza mediata, è la modalità propriamente umana dell’intelligenza; [d’altro canto] l’intuizione intellettuale può essere definita sopra-umana perché è una partecipazione diretta all’intelligenza universale, che, risiedendo nel cuore, cioè proprio al centro dell’essere dove è il suo punto di contatto con il Divino, penetra quest’essere dall’interno e lo illumina con il suo irradiamento»[21] [i corsivi sono nostri].

      Le ultime frasi che abbiamo citato riguardano aspetti estremamente importanti dell’iniziazione: da un lato quello connesso alla ragione, intesa come vertice delle facoltà individuali umane; dall’altro quello concernente l’intuizione intellettuale, intesa come facoltà sopra-umana situata al centro dell’essere, la sola in grado d’«illuminare» dall’interno non solo la stessa individualità, ma l’intero essere in tutti i suoi gradi e le sue modalità. È chiaro come il rapporto tra queste due «facoltà» – in particolare quello di «subordinazione» della prima rispetto alla seconda – rivesta grande rilevanza ai fini iniziatici, e consenta di comprendere l’attenzione che, nella via massonica, è attribuita al corretto sviluppo e all’integrazione di tutti gli aspetti individuali, in particolare della ragione, e ciò in virtù del fatto che tale facoltà solo se «ben diretta» è in grado di «riflettere» nell’ambito umano i princìpi universali[22]. La natura della funzione di Minerva può essere allora considerata, da questo punto di vista, come «intelligenza universale» in quanto riflessa e «situata», se possiamo esprimerci in tal modo, nell’essere umano[23]. [...]

Pietro Gori



note

  1. «Opere di Giordano Bruno» in Enciclopedia Italiana della Letteratura Italiana, Treccani, Roma 2004, vol. 33, pp. 661-677.

  2. Riportiamo in proposito alcuni commenti di Bruno: «A Giunone attribuiscono il pomo gli avidi di potenza, ricchezze, principati, regni ed imperii. A Minerva quelli che a ogni cosa antepongono il consiglio, la prudenza, la sapienza e l’intelletto. A Venere coloro che abbracciano le amicizie, le compagnie, la tranquillità della vita, la bellezza, le giocondità e i piaceri. Ché in questa scena del mondo, anche se queste cose tutte e ciascuna sommamente piacciano a tutti e a ciascuno, è nondimeno sancito dal fato che non sia possibile servir egualmente e riverire tutti i numi di tal triade, e aspettarsi, conseguentemente, da tutti egual favore. A un sol nume, non a tre, un solo aureo pomo (cioè l’affetto del nostro cuore), non tre pomi, potremo non in vano consacrare» (in «Opere di Giordano Bruno», cit.).

  3. «Udite Salomone: “Io la preferii, disse, a regni e a troni, e niente stimai le ricchezze a paragone di lei, né paragonai a lei pietra preziosa, ché tutto l’oro, a paragone di lei, è poca sabbia, e come fango sarà valutato l’argento a cospetto di lei: al di sopra de la salute, dell’avvenenza e d’ogni bellezza io l’amai, e mi proposi di tenerla come luce, perché è inestinguibile il lume suo. E insieme con lei vennero a me tutti gli altri beni”, perché di tutti i beni è madre» (in «Opere di Giordano Bruno», cit.). Quanto alle «tendenze» cui accennavamo sopra, si potrebbe ravvisare in esse la predominanza di uno dei tre guna, ossia tamas, rajas e sattwa. Da questo punto di vista – vale a dire quello che considera la Bellezza come relativamente «esteriore» in rapporto alla Saggezza – a predominare in Paride sarà allora tamas, l’oscurità, assimilata all’ignoranza (il che non significa, ovviamente, che l’«aspetto divino» simboleggiato da Venere sia in sé «tamasico», cosa contraddittoria), mentre sattwa, identica alla luce della Conoscenza, predominerà in Salomone. Tra questi due estremi si dispiega l’intero percorso iniziatico, volto a condurre dalle «tenebre alla Luce». Cfr. L.M., «I tre guna e l’iniziazione», in «La Lettera G», n. 2, Equinozio di Primavera 2005, pp. 41-66.

  4. Cfr. R. Guénon, La Grande Triade, Adelphi, Milano 1980, cap. XVII, «IlWang o Re-Pontefice», pp. 141-49.

  5. Cfr. R. Guénon, Sull’esoterismo cristiano, Luni Editrice, Milano 1995, cap. V, «“Fedeli d’Amore” e “Corti d’Amore”», pp. 81-89.

  6. Circa il rapporto tra Apprendista e Bellezza, si potrebbe sollevare un’obiezione riguardo al fatto che, poc’anzi, accennavamo all’attitudine del profano come vincolata alle apparenze, e si potrebbe eccepire che la Bellezza, raffigurata da Venere, ha a che vedere appunto con un aspetto relativamente esteriore. Si tratta però di due condizioni profondamente diverse, non essendo comparabili il caso del profano e quello dell’Apprendista Massone, poiché compito di quest’ultimo è precisamente, attraverso la «sgrossatura della pietra grezza», quello di superare gradualmente le apparenze, fino a giungere, nel grado di Maestro, alla perfezione della «pietra cubica a punta», che implica il passaggio dall’«esteriore» all’«interiore».

  7. R. Guénon, L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, Adelphi, Milano 1992, p. 158, nota 1.

  8. Ibid., p. 157.

  9. Occorre precisare a scanso di equivoci che, menzionando tale «funzione d’insegnamento», vogliamo mettere in luce il rapporto tra quest’ultima e il ruolo che il Maestro Venerabile – si potrebbe dire all’insegna di Minerva – riveste in Loggia. Non intendiamo con ciò stabilire una identità tra tale ruolo e quello di «Maestro spirituale» quale si evince dal brano di R. Guénon che abbiamo citato. Nondimeno, la completa «integrazione» dell’ambito cosmologico – che corrisponde allo «stato primordiale» e quindi al grado di Maestro Massone –, implica la presa di coscienza attiva, da parte dell’iniziato, del «Guru interiore», il quale costituisce il principio stesso della funzione di «Maestro spirituale» e che il Maestro Venerabile, in quanto «rappresentante» della Saggezza, in un certo senso rende «visibile» attraverso la sua funzione. Cfr. R. Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, Luni Editrice, Milano 1997, cap. XXIII, «Lavoro iniziatico collettivo e “presenza” spirituale», pp. 145-50, riproposto nel presente numero di questa rivista.

  10. R. Guénon, Studi sull’Induismo, Luni Editrice, Milano 1996, cap. III, «Kundalinî-Yoga», p. 32, nota 1.

  11. Non possiamo, in questa sede, dilungarci su questo aspetto della questione. Ci limitiamo a osservare che tali considerazioni lasciano intravedere come siano in gioco aspetti che hanno un preciso riscontro «Microcosmico», legati in particolare alla «fisiologia sottile» dell’essere umano. Rimandiamo in proposito allo studio di R. Guénon citato nella nota precedente.

  12. Cfr. R. Guénon, La Grande Triade, cit., cap. XV, «Tra la squadra e il compasso», pp. 125-31.

  13. Tale «intelligenza», secondo le parole con cui prosegue Dino Compagni, «fa nell’alma sua residenza, e con la sua beltà m’ha innamorato». E del resto G. Bruno identifica Minerva con la Sofia: «Qual è dunque costei che procede quasi sorgente aurora? Così bella? Così eletta? Tanto terribile? È la sapienza, la Sofia, Minerva, bella come la luna, eletta come il sole, terribile come esercito schierato» (G. Bruno, cit.).

  14. G. Bruno, cit.

  15. Cfr. R. Guénon, La Grande Triade, cit., cap. XIII, «L’essere e l’ambiente», pp. 107-16.

  16. Riguardo la natura di tale combattimento, ci pare interessante riportare la seguente strofa tratta da l’Acerba di Cecco d’Ascoli, «Fedele d’Amore» al pari di Dante (e che finì bruciato come eretico sei anni dopo la morte di quest’ultimo): «convien che taccia quel che dentro giace / nell’alma, guerra, e, nella bocca, pace». Tra i significati di tali parole, oltre a quello «politico» legato alla prudenza imposta da una condizione «ambientale» oltremodo ostile, pensiamo vi sia quello, più profondo, connesso alla natura stessa del lavoro iniziatico, ossia, da un lato, al «segreto» che inevitabilmente accompagna la realizzazione iniziatica e la rende di per sé incomunicabile, se non mediante simboli e, dall’altro, al combattimento interiore che, solo, è in grado di condurre alla «pace». A tale proposito non sarà sfuggito come G. Bruno, nel brano da noi citato per ultimo, accenni alla guerra «contro nemici visibili o contro invisibili».

  17. Sotto questo profilo la strofa di Dante che abbiamo posto in epigrafe ci pare piuttosto eloquente: il «soffio» di Minerva «ispira» l’opera del poeta, mentre Apollo, ossia il «principio solare», lo conduce, e le Muse gli «mostrano» le «Orse», ossia le costellazioni che prendono tale nome. Vi è in questo, a nostro modo di vedere, un preciso riferimento al «cielo stellato» e ai gradi d’iniziazione cui corrispondono le Muse, ognuna delle quali presiede a una determinata Arte. D’altro canto, Saraswatî è pure l’ispiratrice della poesia, cosa del resto espressa dal suo nome Vâch (voce), termine identico al latino vox. Segnaliamo tale accostamento poiché è assai significativo, sotto questo profilo, che Dante ponga Minerva come ispiratrice della propria opera poetica proprio nel momento in cui sta per intraprendere il suo viaggio attraverso i «Cieli».

  18. La stessa dea Saraswatî è identificata al mitico fiume omonimo, fiume che discende dal cielo sulla terra.

  19. Longanesi, Milano 1983, p. 87.

  20. Saraswatî possiede tra i suoi emblemi il cigno, che per gli indù rappresenta l’unica casta primordiale, Hamsa – che significa appunto cigno –, corrispondente alla stato di «uomo vero», ossia colui che riunifica in sé tali funzioni e ne rappresenta il principio unico dal quale dipendono entrambe.

  21. R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1975, «Cuore e Cervello», p. 365.

  22. Cfr. R. Guénon, La Grande Triade, cit., cap. XIV, «Il mediatore», pp. 117-24.

  23. G. Bruno, nell’opera che abbiamo più volte citato, scrive che si può «[…] considerare in triplice modo il sole dell’intelligenza: prima, nell’essenza della divinità; poi, nella sostanza del mondo che è a imagine di quella; infine, nella luce della coscienza di quegli esseri che partecipano di vita e di conoscenza. Nel primo grado è dai Cabalisti chiamata e indicata come sephirot hokmah; nel secondo, dai teologi orfici è nomata Pallade o Minerva; nel terzo, comunemente le si dà il nome di Sofia».




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