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A proposito del «nome» dei Maestri Massoni

La Lettera G  n° 7, pp. 51-59

(Estratti)

      Ci è sembrato opportuno integrare lo scritto di Denys Roman, qui presentato ai lettori di lingua italiana per la prima volta, con qualche osservazione complementare, in modo da inquadrare più compiutamente nel contesto generale dei «nomi iniziatici» il particolare aspetto ivi esaminato. Sarà un’occasione, inoltre, per mettere ancora una volta in rilievo come, in quei libri di René Guénon che a prima vista possono apparire più lontani dai temi specificamente massonici, non manchino dei riferimenti che, esplicitamente o implicitamente, riguardano invece da vicino l’argomento.

      A proposito dell’imposizione di un nome iniziatico al neofita, l’autore, nel constatare l’assenza di qualsiasi allusione a tale pratica nei principali rituali massonici, si vede portato a ritenere che questo cambiamento di nome non sia probabilmente più messo in atto. Ora, anche se l’usanza in questione sembra essere caduta oggigiorno nel dimenticatoio – cosa di cui ci rammarichiamo tanto quanto D. Roman –, noi sappiamo che vi sono ancora delle Logge in cui viene richiesto all’Apprendista il «cambiamento di nome», in ottemperanza a precise procedure tramandate sin dalla loro fondazione oppure adottate da un certo momento in poi; possiamo aggiungere che, una volta «proclamato» il nome iniziatico, esso sarà anche l’unico a contraddistinguere l’iniziato nell’àmbito dei «lavori» di Loggia. E di tutto ciò, che pure forma parte degli «usi e costumi» di tali Officine, nei rituali «scozzesi» che in esse vengono impiegati non si fa parola.

      Al fine di consentire al lettore una migliore comprensione dell’importanza di questo argomento, converrà riprodurre alcune considerazioni formulate in proposito da R. Guénon: «Abbiamo già insistito sulla concezione dell’iniziazione come “seconda nascita”; è precisamente come conseguenza logica immediata di questa concezione che in numerose organizzazioni l’iniziato riceve un nuovo nome, diverso dal suo nome profano; né si tratta di una semplice formalità, giacché tale nome deve corrispondere a una modalità parimenti diversa del suo essere, quella la cui realizzazione è resa possibile dall’azione dell’influenza spirituale trasmessa nell’iniziazione […]. Ma ci si può spingere più in là: a ogni grado di iniziazione effettiva corrisponde ancora un’altra modalità dell’essere; questi dovrebbe perciò ricevere un nuovo nome per ognuno di tali gradi, e quand’anche esso non gli venga di fatto attribuito, ciò nondimeno esiste – si può dire – quale espressione caratteristica di questa modalità, giacché in realtà un nome non è altro se non questo. Ora, dal momento che tali modalità dell’essere sono disposte secondo una gerarchia, lo stesso avviene dei nomi che rispettivamente le rappresentano; un nome sarà perciò tanto più vero quanto più corrisponderà a una modalità di natura più profonda, giacché in tal modo esprimerà qualcosa di più vicino alla vera essenza dell’essere […]. Per quanto si riferisce poi a quello che può essere detto il vero nome dell’essere umano, il più vero di tutti – nome che è del resto un vero e proprio “numero” nel senso pitagorico e cabbalistico della parola –, esso è quello che corrisponde alla modalità centrale della sua individualità, vale a dire alla sua restaurazione nello “stato primordiale”, perché è quello che costituisce l’espressione integrale della sua essenza individuale»[1].

      Le parole che chiudono il brano qui riportato, essendo chiaramente riferite a quello stato che in Massoneria viene rappresentato dal grado di «Maestro», indicano che il nome che serve a contraddistinguerlo – qualsiasi esso sia –, poiché simboleggia «il vero nome dell’essere umano» non può non essere, da un certo punto di vista, che uno solo e sempre lo stesso per ogni «Maestro». Su questo punto D. Roman rileva, infatti, che «tutti i manuali massonici […] hanno conservato, tra le “caratteristiche” del terzo grado del rito moderno [rito “francese”], la formula seguente: “Il nome dei Maestri è Gabaon” […]. Vi sono – egli aggiunge – degli indizi certi che tale nome fu usato correntemente nel corso del secolo XVIII come sinonimo di Maestro Massone». A questo riguardo faremo notare che ancora al giorno d’oggi è possibile rintracciare espliciti riferimenti al suddetto nome almeno in certi «catechismi» massonici; ad esempio, in un «catechismo» del 1945 in uso allora presso un’obbedienza attualmente confluita nel Grande Oriente d’Italia, si legge: «D. Qual è il nome che ordinariamente suol darsi a un Maestro Libero Muratore? – R. Quello di Gabaon»; e altrove, presso una fonte tuttora in uso oltreoceano, troviamo scritto: «D. È universale il nome di Maestro? – R. Sì. Il Maestro è altresì Gabaon, nome che il re Salomone diede ai custodi dell’arca, e, nella Massoneria, ai custodi dell’Ordine». Rileveremo, sia pure solo di sfuggita, che quest’ultima formula ne richiama curiosamente alla memoria un’altra, relativa ai Templari, con cui Guénon intitolò un suo articolo: «I custodi dellaTerra Santa».

      Il collegamento testé indicato, che, a prima vista, può forse sembrare un po’ gratuito, si dimostra al contrario piuttosto appropriato non appena si approfondisce l’argomento trattato da D. Roman. Nella Bibbia, infatti, il nome di Gabaon compare nel Libro di Giosuè, in cui è questione precisamente del periodo che vide il popolo di Israele passare dallo stato errante «in terra straniera» a quello del suo stabilimento in «Terra Santa», dove «scorrono latte e miele»[2]. In questo contesto, peraltro non ancora privo di combattimenti, Gabaon diede il nome alla battaglia che aprì, ai conquistatori della Terra Promessa, l’accesso ai territori del Sud. Fu nel corso di questa «vittoria del Signore» che Giosuè disse: «Sole, non muoverti da Gabaon e tu, Luna, dalla valle di Aialon»[3].

      Ed è appunto partendo da tale affermazione che D. Roman sviluppa il suo discorso, fornendo un’argomentata spiegazione del perché della scelta di questo specifico nome per il Maestro Massone. L’interpretazione prospettata dall’autore può essere ulteriormente confortata e arricchita esaminando la questione da angolazioni un po’ diverse [...]

Franco Peregrino



note

  1. R. Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, Luni Editrice, cap. XXVII, pp. 218-19.

  2. In Giosuè, 5, 16, viene espressamente detto che, mentre Giosuè si trovava nei pressi di Gerico, vide «un uomo con in mano una spada sguainata». Costui si proclama «principe dell’esercito del Signore», e gli comanda: «slegati i calzari dei piedi perché il luogo dove stai è santo».

  3. Giosuè, 10, 12-14.




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