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Considerazioni sul Flauto magico
La Lettera G n° 6, pp. 25-40
(Estratti)
Un rinnovato interesse nei confronti della figura
di Wolfgang Amadeus Mozart, recentemente amplificato
dai media in occasione del duecentocinquantesimo
anniversario della nascita del compositore,
ha favorito la pubblicazione di numerosi studi biografici
e musicologici, volti a evidenziarne aspetti anche
meno noti della vita e dell’opera.
Tuttavia, l’oggettiva difficoltà nel trattare quanto
è afferente all’ambito dell’esoterismo, anche solo sul
piano teorico, sovente non disgiunta da una certa
ostilità nei confronti della dimensione massonica, ha
purtroppo condizionato tanta parte di quei contributi:
pure laddove non fosse manifesto l’intento di
relegare in secondo piano la formazione di Mozart
nell’esperienza libero-muratória, il senso iniziatico
della sua produzione artistica è stato perlopiù considerato
come summa di nozioni apprese dall’esterno
e gioco intellettualistico, quando non tentativo di
supplire, per ragioni sociali o comunque contingenti,
a necessità di carattere esclusivamente individuale.
Anche se il «catalogo» mozartiano abbonda, sia
sul versante della liederistica sia sul versante della
composizione strumentale, di titoli esplicitamente
dedicati ai lavori di Loggia accanto ad altri - le
ultime sinfonie, le grandi opere teatrali - qualificati
da uno straordinario significato simbolico, non si è
usi considerare tali capolavori come espressioni di
una «maestria» conseguita dall’autore e, quindi, come
possibili supporti per un lavoro interiore di chi,
fruendone, intenda realmente penetrarne lo «spirito»[1].
D’altronde, non occorre che si faccia professione
di agnosticismo perché tali aspetti, di carattere realmente
intellettuale, siano riguardati con sufficienza,
giacché un tradizionalismo «letteralista» è scientemente
in grado di condurre alle medesime conclusioni,
seppur percorrendo strade (in apparenza) differenti:
la disconoscenza del vero esoterismo può essere
espressa secondo modalità particolari a tal o tal
altra forma mentis, questo sì; ma in definitiva, si tratta
comunque di prospettive parziali che si affermano
nel tentativo di circoscrivere il reale all’interno dei
propri limiti di comprensione, negando quanto li
travalica in luogo di sforzarsi nella direzione di un
loro superamento, ovverosia in luogo di ciò che - solo
- sarebbe conforme alla volontà di perseguire una
via di conoscenza.
Allorché ci decidemmo per la stesura di un intero
volume[2] intorno all’ultimo capolavoro del teatro
musicale mozartiano, avevamo indovinato che su
questi punti, fatte salve alcune pregevoli note di carattere
documentario, non vi sarebbe stata troppa inflazione:
probabilmente gli studi specialistici avrebbero
posto in secondo piano, rispetto a un approccio
meramente analitico, il senso di un’«arte che
risiede nell’artista»; e di conseguenza si sarebbe trascurata
la possibilità che un’opera sapientemente costruita
intorno al tema del viaggio si facesse supporto
per una riflessione intorno al proprio viaggio.
Uno studio sul Flauto magico, massima espressione
dei principi massonici nel teatro musicale, sarebbe
dovuto assurgere a confronto vero sul tema dell’aspirazione
umana alla libertà e alla conoscenza:
anzitutto, superando la pretesa accademica di rifarsi
«scientificamente» alla sterminata bibliografia
sull’argomento[3], in favore di un maggiore approfondimento
sul piano dottrinale; in secondo luogo,
adottando quella metodologia che l’opera mozartiana
stessa rivela, cioè una metodologia per la quale,
in un ideale geometrico rapporto tra centro e
circonferenza, non ci si contenesse a enumerare i
particolari di superficie, ma, piuttosto, si mirasse al
«cuore» dell’opera, lavorando sinteticamente, per
sottrazione di materiale in eccesso.
Non vi è dubbio sul fatto che l’ambiente massonico
si propone - ora come allora, ove davanti e ove
dietro le quinte - come motore intellettuale teso a
favorire la diffusione di una visione del mondo incentrata
sul principio, antidogmatico, che la sacralità
dell’essere umano risiede nella sua facoltà di superare
l’ignoranza, il fanatismo e la superstizione
individuali. Ma quanto importa ribadire in questa sede
è che tale principio, nella sua inalterabile attualità,
non rinnega affatto l’idea di Tradizione, ovvero
l’idea che nella metafora del mito, della leggenda e
delle grandi opere dell’ingegno dell’umanità vi è da
riconoscere un patrimonio simbolico e metodologico
volto a favorire la presa di coscienza della vera e
profonda natura di sé: un «conosci te stesso» che, in
Occidente, dal frontone del tempio di Delfi è giunto
come testimone delle radici - quelle vere - della
nostra civiltà sino alla formalizzazione del trinomio
libertà-uguaglianza-fratellanza[4].
Tutto nel Flauto magico esprime tale principio, che
è rinnovamento sociale, «politico» nel senso più ampio
e nobile del termine, ma anche - anzi, soprattutto
- interiore. Per questo abbiamo ponderato, già
durante il lavoro preparatorio alla stesura, che occorreva superare la «classica» interpretazione tesa a
distinguere l’opera in due momenti, uno dei quali
dichiaratamente massonico e l’altro conseguente alla
volontà di adattare al teatro musicale, nella forma
del Singspiel, una fiaba di August Liebeskind, Lulu o
il flauto magico[5].
Pur se la straordinaria ricchezza di richiami a miti
e figurazioni simboliche del Flauto magico trova solo
un parziale corrispettivo nell’antecedente letterario,
comune alle due vicende è la necessità d’intraprendere
un viaggio per ritrovare qualcosa che è
andato perduto, ciò che è proprio, in verità, al patrimonio
iniziatico tradizionale di ogni epoca e regione[6].
Per tutta conseguenza, abbiamo ritenuto opportuno
concentrare i nostri sforzi nella direzione
di un chiarimento definitivo proprio su tale punto:
il Singspiel mozartiano non è opera massonica solo in
quanto presenta nell’atto secondo, velati sotto le
sembianze dell’ambientazione egizia, contenuti
simbolici specificamente massonici, concernenti il rito
d’iniziazione al grado di Apprendista Libero Muratore[7];
piuttosto, è opera massonica in quanto, fin da
subito, esplica il passaggio di un uomo, di una donna
e di un mondo dall’ignorare al conoscere. Presenta
e promuove, cioè, il superamento della «regina»
di tutte le illusioni: la volontà di conservazione
dei propri caratteri individuali, limiti e paure[8]; tale
superamento può avvenire solo attraverso una trasformazione,
cioè - etimologicamente - un «passaggio
di là dalla forma», a partire da quella forma mentis
che induce a considerare le cose non per quanto
sono in verità, ma per quanto illusoriamente appaiono
finché non si allarghi il proprio orizzonte intellettuale
lacerando il «velo della notte», il velo di
Mâyâ, facendo cadere quella benda simbolica che
impedisce all’individuo - come al protagonista, in
principio dell’opera - di rendersi conto che «tutto è
finzione»[9].
Naturalmente, i limiti imposti da un articolo non
consentono di argomentare nel dettaglio, con dovizia
di particolari, la ricchezza e la complessità di questo
capolavoro[10]. Ci è sufficiente qui rimarcare come
gli elementi simbolici e rituali evocati, di chiara derivazione
massonica, sottendano una identità in principio
con quanto espresso in forme proprie a tradizioni
anche molto «lontane» da quella, almeno su
un piano esteriore. D’altronde, la nozione stessa di
«simbolismo» implica una giunzione intellettuale tra
i vari piani di realtà, a partire dalla molteplicità delle
forme, con la sorgente universale di cui quelle forme
medesime non sono che altrettanti adattamenti.
Ciò è in stretto rapporto con le ragioni per le quali
la chiarificazione di aspetti della propria tradizione
è facilitata - e in alcuni casi resa possibile - dal confronto
con quanto assolve la medesima funzione in
altre, a partire dal riconoscimento dell’Oriente al quale
rivolgersi come «luogo simbolico» dal quale il sole
spirituale sorge e la luce dell’intelletto procede[11]:
non si tratta di compiacere desideri esotici o, meno
che mai, di cercare altrove una dottrina e un metodo
che si disconoscono alla via intrapresa, quanto, piuttosto,
di intendere l’universalità come carattere proprio
alla Libera Muratorìa già a partire dall’utilizzo
di un metodo che riconosce nel lavoro - ciò che dovrebbe
apparire manifesto, trattandosi di una «iniziazione
di mestiere» - lo strumento primo ed essenziale
per la costruzione del «tempio dell’umanità» e che, soprattutto, riconosce nel Costruttore
- simbolo veramente universale e proprio, in senso
lato, all’ambito di tutte le attività umane - quell’aspetto
del Logos, o archetipo divino, designato come
«Grande Architetto dell’Universo».
Intraprendere un viaggio, attraverso un combattimento
interiore, volto alla conoscenza di sé: tale è
il lavoro che l’eroe è sollecitato a compiere dallo sviluppo
organizzato della trama, allorché, teatro nel teatro,
deve avvedersi della prospettiva illusoria - profana
- che lo vincola. Ritrovatosi in una landa sconosciuta,
arciere privo di frecce e inseguito da astuto
serpente, egli dovrà riassumere le proprie prerogative
reali e divine attraverso il recupero dell’amata:
mediazione che rimanda a nobili modelli di «Madonna
Intelligenza»[12], sarà l’amore per la fanciulla
- simbolo della sua disposizione (philo) nei confronti
della conoscenza (Sophia) - a consentirgli l’accesso
a quell’Eden prefigurato, nel finale dell’opera,
dal trionfo della Saggezza, della Forza e della Bellezza.
Non vi è da stupirsi se il protagonista, al principio
dell’opera, risulta privo tanto di freccia quanto di
controparte femminile: sono mancanze che si possono
legittimamente considerare come espediente
letterario volto ad alludere all’impossibilità, per il
profano, di affrontare i propri demoni con qualche
speranza di riuscita; l’impossibilità, cioè, di trascendere
la propria individualità e i suoi limiti con i soli
mezzi individuali - ipotesi, d’altronde, del tutto illogica
- e la necessità, invece, per compiere tale «trasformazione»,
di qualcosa che consenta di attualizzare
quanto appartiene in proprio alle possibilità
dell’essere nella sua totalità, ma di là dalle restrizioni
a cui la parvenza individuale sembra limitarlo. Che
questo «qualcosa» sia l’iniziazione, è indicato esplicitamente
nell’atto secondo: «Ogni iniquo pregiudizio
svanirà non appena Tamino possederà la grandezza
della nostra difficile arte»[13]; ma se vi fossero
delle perplessità intorno a questa conclusione, potrebbe
essere risolutivo mettere in rilievo che tale
simbolismo è puntuale anche rispetto alla tipologia
di uomo cui viene messo in relazione nell’opera: il
principe Tamino, infatti, figlio di un «sovrano che regna
su molti paesi e uomini»[14], viene presentato come
«cavaliere», cioè, secondo il principio dell’istituzione
delle caste - tradizionalmente intese come
funzioni sociali conformi alla natura propria di ogni
essere umano e convenienti alle tendenze che si svilupperanno
durante la sua esistenza -, come colui
che deve svolgere nell’azione il combattimento contro
i propri demoni.
Alla luce di quanto precede, pare incomprensibile
la ragione per la quale molti commentatori considerano
il Flauto magico come semplice vicenda d’amore[15]
o, peggio, come favola intrisa di un’aura mistica,
secondo una consuetudine che non tiene affatto
da conto la distinzione tra il dominio iniziatico
e quello a cui essa dovrebbe riferirsi, cioè il fatto che,
a prescindere dall’etimologia del termine - riconducibile
agli antichi «misteri» iniziatici -, il misticismo,
com’è ordinariamente inteso, partecipa integralmente
della prospettiva religiosa. Non si tratta di
una questione marginale, neanche per quello che
concerne la sola interpretazione del Singspiel, come
si potrebbe superficialmente avanzare: infatti, tale
considerazione può indurre registi e interpreti - ed
è avvenuto - a offrire alle scene suggestioni fortemente
caratterizzate in tal senso[16]; nulla di più sbagliato,
allorché si consideri che il capolavoro mozartiano
propone l’adozione di una prospettiva per la
quale l’individuo, lungi dal porsi nella passività che
caratterizza la propensione mistica, deve mantenere
e alimentare un atteggiamento attivo, al fine di «conquistare
con fatica e solerzia» la meta del viaggio iniziatico,
ovverosia, nelle parole di Sarastro,
«squarciare il velo della notte e guardare nel santuario della
perfetta Luce»[17].
Proprio intorno a questo personaggio - il saggio
sovrano - ruota l’intero impianto drammaturgico,
come evocato dall’assonanza dello stesso nome conferitogli
con quello di Zoroastro, colui che, al pari di
altri corrispondenti in differenti forme tradizionali,
rappresenta l’applicazione all’ordine sociale di una
«intelligenza universale» espressa attraverso l’opera
non tanto di un singolo individuo, quanto di tutto
un ambito iniziatico: «Egli è il Nume a cui tutti siamo
consacrati»[18]; l’espressione, cioè, della conformità a
un «ordine delle cose» di natura realmente intellettuale[19].
Misurare la vera portata degli apporti confluiti
in seno alla tradizione massonica e, conseguentemente,
nella genesi dell’opera, appare evidentemente
complesso: dai Collegia Fabrorum di origine
precristiana agli elementi ebraici e pitagorici;
dalle eredità «ermetiche» a quelle templari veicolate,
queste ultime, attraverso componenti rosacrociane
e cavalleresche. Ma ciò che possiamo agevolmente
rilevare, attraverso la figura di Sarastro, è
l’evocazione del «Sacro Impero»[20]: «mediatore» tra
la Terra e il Cielo - utilizzando l’espressione propria
al Wang, il «Re-Pontefice» della tradizione estremo-orientale
- egli è colui che, posto tra la squadra e il
compasso, esprime le qualità del Maestro al quale è
rinato.
Eccezionale glorificazione dei princìpi massonici,
il trionfo di Saggezza, Forza e Bellezza - attribuiti
propriamente a Sarastro, Tamino e Pamina nel
finale dell’opera - concerne una umanità che si presenta
rinnovata in conoscenza: «I raggi del Sole dissolvono
la notte, annullano il potere degli ipocriti, carpito
con l’inganno»[21]. Nella gerarchia piramidale
evocata dalla simbologia egizia[22] è palesata la raffigurazione
della «molteplicità nell’unità» offerta proprio
in quella nozione che, dal De Monarchia dantesco
sino allo Scozzesismo massonico, informa manifestamente
tutta l’opera mozartiana[23]. È una gerarchia
intellettuale che, al contrario dei dogmatismi
«uniformizzanti» propri a questa o quella concezione anche
tradizionale, ma ancora esteriore - sia essa ideologica,
politica o confessionale -, «fa tesoro» della
multiformità del reale, secondo una prospettiva che
riconosce, nell’intrecciarsi e nel sovrapporsi delle
qualità e delle caratteristiche di ognuno, l’espressione
di ciò che, a un livello universale, è massonicamente
definito come «piano del Grande Architetto
dell’Universo». [...]
Fabrizio Alfieri
note
1. Secondo la prospettiva iniziatica inequivocabilmente
adottata dal compositore stesso nella celeberrima lettera del
4 aprile 1787 indirizzata al padre Leopold, in forza alla stessa
Loggia: «Essendo la morte (se così si può dire) il vero scopo
della nostra vita, [...] ringrazio il mio Dio d’avermi concesso
la fortuna di procurarmi l’opportunità (Ella m’intende)
d’impararla a conoscere come chiave della nostra felicità»
(trad. it. in A. Basso, L’invenzione della gioia, Garzanti,
Milano 1994, p. 613).
Inequivocabili, altresì, le posizioni preconcette dei commentatori:
«Per Mozart certo niente di più di un modo di dire.
[...] la lettera ci par scritta per soddisfare i desideri dei
biografi» (W. Hildesheimer, Mozart, Sansoni, Firenze 1979,
pp. 216-17).
2. F. Alfieri, Mozart. Il viaggio iniziatico nel «Flauto magico»,
Luni Editrice, Milano-Firenze 2006.
3. Soprattutto, considerando a quali grotteschi esiti è stata
in grado di pervenire la «scientificità» di tale approccio:
«Sappiamo che la vera massoneria di Mozart non è quella, in
cui lui credeva di credere, degli iniziati, ma è quella in cui crede
con tutta spontaneità e naturalezza, dei poveri diavoli, della
gentarella comune, dei bravi viennesi» [i corsivi sono nostri]
(M. Mila, Lettura del Flauto magico, Einaudi, Torino 1989,
p. 166).
4. A riprova di questa «tensione» al superamento di ogni
particolarismo, ecco un breve estratto del testo predisposto
per Eine kleine teutsche Kantate, musicato da Mozart nel luglio
1791, contemporaneamente alla stesura del Flauto magico:
«Voi che onorate il creatore dell’universo infinito, che lo
chiamiate Jehova, o Dio, che lo chiamiate Fu o Brahma [...]
Amate l’ordine, il senso delle proporzioni, l’armonia! [...]
Spogliatevi dei travestimenti settari di cui l’umanità si è rivestita!
[...] allora nel vostro deserto creerete la valle dell’Eden;
allora tutta la natura sorriderà a voi; allora avrete raggiunto
la vera felicità della vita» (F. H. Ziegenhagen, Die ihr
des unermeßlichen Weltalls Schöpfer ehrt; trad. it. in A. Basso, L’invenzione
della gioia, cit., p. 618).
5. La fiaba sarebbe stata, almeno inizialmente, d’ispirazione
alla stesura del libretto redatto da Emanuel Schikaneder,
presumibilmente nell’ambito di un «lavoro collettivo»
cui Mozart stesso aveva preso parte: un giovane principe, Tamino,
è inviato da una regina, disegnata come personaggio
positivo, a salvare una fanciulla (di lei figlia), rapita e tenuta
prigioniera da un mago malvagio; per rendere possibile
l’impresa, l’eroe riceve in dono un flauto magico. Nel Flauto
magico, poi, ad accompagnare il protagonista è Papageno,
l’ingenuo uccellatore «che si accontenta di dormire, mangiare
e bere» (Il flauto magico, II, 3) e che, infatti, non potrà
accedere alla conoscenza.
6. Per quello che riguarda l’Occidente, d’altronde, i due
esempi più noti in tal senso sono legati entrambi alla genesi
del Flauto magico: il primo è la cosiddetta «cerca del Graal»,
nelle iniziazioni cavalleresche del Medio Evo, che tanta influenza
avrà anche in ambito strettamente «culturale» sul
mondo germanico; il secondo, è la ricerca della «Parola perduta»
nell’iniziazione massonica.
7. Il che, naturalmente, non implica affatto l’assenza di una
esplicita volontà, da parte degli autori, nel rappresentare tali
aspetti come fase culminante dell’opera: «I [nomi cancellati]
oggi avevano un palco, e mostravano il loro consenso. Ma
lui, l’onnisciente, si è mostrato così “bavarese” che non ho
potuto rimanere, altrimenti gli avrei dato dell’asino. Sfortunatamente
ero ancora accanto a lui all’inizio del secondo atto,
e pure durante la scena solenne. Ha riso di tutto; all’inizio
ho tentato, con pazienza, di richiamare la sua attenzione su
alcune frasi, ma egli rideva sempre. Era troppo per me: l’ho
chiamato Papageno e sono andato via. Non credo, però, che
l’imbecille abbia capito» [il corsivo è nostro] (Lettera di W.
A. Mozart alla moglie Konstanze, 8-9 ottobre 1791).
8. Si tratta propriamente di «tenebre», lo svincolarsi dalle
quali è totalmente precluso alla mentalità profana: nelle parole
di Papageno, riferite al dominio della Regina della Notte,
«quale occhio umano potrebbe guardare attraverso il suo
velo intessuto di nero?» (Il flauto magico, I, 2).
9. Il flauto magico, I, 15. - È questa la sintetica espressione
di quanto Tamino dovrà comprendere nel corso del viaggio:
il vero aspirante alla conoscenza di sé è un uomo perfettibile
e l’opera che ha deciso di intraprendere non pone quale
termine un’etica di comportamento o l’adozione di un particolare
punto di vista; si tratta, invece, di spiegare come ali
tutte le possibilità che l’essere umano reca già in sé, ma soffocate
dall’esclusivismo della prospettiva profana.
10. Per questo, rimandiamo al nostro Mozart. Il viaggio iniziatico
nel «Flauto magico», studio nel quale abbiamo svolto
l’interpretazione simbolica di tutte le scene, seguendo passo
a passo lo sviluppo lineare dell’opera, sia sotto il profilo
drammaturgico sia sotto il profilo musicale.
11. Affrontando la questione da tale prospettiva, dovrebbe
essere tanto «trasparente» la disposizione del tempio massonico,
anche solo nelle sue implicite corrispondenze con
l’organizzazione corporea dell’essere umano, da rendere
inutili ulteriori specificazioni.
12. Nella poetica propria ai «Fedeli d’Amore», velante sotto
la sua superficie, nell’espediente letterario dell’«amor cortese»,
un senso profondo noto solo a chi ne possiede la chiave
di lettura, la donna rappresenta propriamente il raggio
celeste che illumina l’anima umana dal proprio centrum divino,
vale a dire l’Intelletto trascendente che domina le facoltà
di ordine individuale. In quest’ottica, non ci sembra azzardato
ricondurre il «modello» del Flauto magico a quanto
già espresso da stilnovismo, tradizione trobadorica e Minnesang,
rispettivamente nelle aree mediterranea, occitana e
germanica.
13. Il flauto magico, II, 1.
14. Ibid., I, 2.
15. «Macché Sarastro, macché saggezza superiore, macché
rivelazione!» (M. Mila, Lettura del Flauto magico, cit., p. 123).
16. È particolarmente criticabile, almeno sotto questo profilo,
l’adattamento cinematografico di Ingmar Bergman: tonache,
lunghe barbe, immagini da Ultima cena... sono stilemi
appartenenti alla sfera del religioso in generale e, più in
particolare, di quanto si reputa comune al mistico.
17. Il flauto magico, II, 1.
18. Ibid., I, 18.
19. Come non si può concepire limitante, rispetto a tale «intelligenza»,
l’adozione di una prospettiva che, quando non
riconosce i propri limiti di competenza, si arroga la pretesa
di affermare quali verità dogmaticamente indiscutibili le speciali
posizioni relative a necessità del tutto contingenti, mutevoli
in epoche, civiltà e culture differenti?
20. Si tratta di quanto assurge, negli Alti Gradi dello Scozzesismo,
a «vero coronamento per la Massoneria, che viene
così radicalmente trasformata e vede il suo carattere artigianale
- limitato per natura ai “piccoli misteri” - aperto all’influenza
che emana dal principio che regge la doppia natura
del potere temporale e dell’Autorità spirituale» (A. Bachelet, Denys Roman e «L’Arca vivente dei Simboli», in «Zenit - Rivista di massoneria e cultura simbolica», www.zen-it.com).
21. Il flauto magico, II, 30.
22. Per quanto riguarda l’ambientazione del Flauto magico,
importerà mettere in risalto non tanto le fonti letterarie -
dal Saggio sui misteri degli Egizi di Ignaz von Born, alle Favole
egizie e greche svelate e ridotte agli stessi princìpi di Antoine-Joseph
Pernety, al Sethos di Jean Terrasson, dal Corpo ermetico attribuito
a Ermete Trismegisto all’Iside e Osiride di Plutarco, alle
Metamorfosi di Apuleio, fino alla Biblioteca di Diodoro Siculo
- che hanno consentito a Mozart e Schikaneder di rivelare
(nella duplice accezione di «svelare» e «velare di nuovo»),
presentati nelle apparenze di una tradizione scomparsa, alcuni
aspetti del patrimonio simbolico e rituale della Libera
Muratorìa, quanto, piuttosto, la possibilità di riflettere sul significato
profondo di quegli stessi aspetti, in relazione alla
loro universalità.
23. Si pensi, per esempio, alla composizione per voce e pianoforte
Beim Auszug in das Feld: «Poiché l’umanità tutta / viene
dal gran Dio, / il pagano e il turco, il giudeo e il cristiano
/ sono dall’Imperatore accettati come suoi figli» (trad. it. in
L. Bramani, Mozart massone e rivoluzionario, Bruno Mondadori,
Milano 2005, p. 72).
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