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Il segreto delle origini

La Lettera G  n° 5, pp. 81-97

(Estratti)

«Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato» ripeté Winston obbediente. «Chi controlla il presente controlla il passato. Tu pensi, Winston, che il passato esista realmente?»

George Orwell, 1984


      Da quando la Massoneria ha iniziato a essere tema di pubblico dibattito, la questione relativa alle sue origini è stata oggetto di grande interesse. Uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, Thomas Paine, riportava all’inizio dell’Ottocento l’eco della curiosità attorno a tale argomento con queste parole: «Si è sempre saputo che i Liberi Muratori possiedono un segreto che mantengono attentamente nascosto; ma qualunque cosa si possa scoprire partendo dai loro scritti sulla Massoneria, il loro vero segreto non è altro che la loro origine, che solo pochi tra loro comprendono; e quelli che lo conoscono, lo avvolgono nel mistero»[1].

      Ancora oggi, a quasi due secoli di distanza, non sono certamente pochi coloro che condividono l’entusiasmo per la ricerca della chiave di questo mistero, in grado di svelare la vera origine della Massoneria e farne così comprendere il segreto. Tale ricerca è stata, da sempre, affrontata oscillando tra allusioni simboliche, chiaramente inverosimili dal punto di vista letterale, e asserite «rivelazioni» in grado, secondo i loro autori, di mostrarci il «vero volto» dell’Istituzione, nascosto da secoli ma finalmente accessibile.

      La prima attitudine emerge chiaramente dalle storie leggendarie contenute negli Antichi Doveri medievali e nelle Costituzioni di Anderson, dove la Massoneria viene fatta risalire a personaggi come Adamo o Salomone, e la sua eredità si snoda in modo non meno «mitologico» tra figure come Noè, Euclide e Abramo. Ma già nel 1737 il Cavaliere André Michel de Ramsay, nel suo celebre discorso destinato ad accogliere i nuovi iniziati, presentava la nascita dell’Istituzione in modo assai diverso: «Ogni famiglia, ogni Repubblica, e ogni Impero la cui origine si perde in una antichità oscura, ha la sua favola e la sua verità, la sua leggenda e la sua storia, la sua finzione e la sua realtà. Alcuni fanno risalire la nostra istituzione fino ai tempi di Salomone, di Mosè, dei Patriarchi, dello stesso Noè. Altri pretendono che il nostro fondatore fu Enoch, il nipote del Protoplasta, che costruì la prima città e la chiamò col suo nome. Passo rapidamente su questa origine favolosa, per arrivare alla nostra storia vera. [...] Dal tempo delle guerre sante in Palestina, molti Principi, Signori e Cittadini entrarono in Società, fecero voto di ristabilire i templi dei Cristiani in Terra Santa, e si impegnarono per giuramento a impegnare i loro talenti e i loro beni per riportare l’Architettura alla primitiva istituzione. Essi decisero di adottare parecchi antichi segni, molte parole simboliche tratte dal fondo della religione, per distinguersi dagli Infedeli e riconoscersi di fra i Saraceni. [...] Qualche tempo dopo, il nostro Ordine si unì intimamente con i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme. Da allora in poi le nostre Logge portarono il nome di Logge di San Giovanni in ogni paese. Questa unione si fece a imitazione degli Israeliti, i quali al tempo della ricostruzione del Secondo Tempio, mentre con una mano lavoravano di malta e cazzuola, con l’altra portavano lo scudo e la spada. Il nostro Ordine di conseguenza non deve essere riguardato come un rinnovamento di baccanali, e una sorgente di folle dissipazione, di libertinaggio sfrenato, e d’intemperanza scandalosa, ma come un ordine morale, istituito dai nostri antenati in Terra Santa per mantenere il ricordo delle verità più sublimi, nel mezzo dei piaceri innocenti della Società»[2].

      Con Ramsay l’utilizzo dell’argomento storico al fine di definire la natura e gli scopi dell’Istituzione è apertamente riconosciuto, e del resto l’influenza del suo discorso sulla genesi e la diffusione degli alti gradi massonici è indubbia. In molti altri casi[3] tale obiettivo, se pure esiste, non è così chiaramente esplicitato; ma se prendiamo, a titolo di esempio, un recente studio pubblicato su «Ars Quatuor Coronatorum», considerata da molti la più autorevole pubblicazione di studi sulla Massoneria, non possiamo non interrogarci sull’effetto che tali ricerche sono destinate a produrre nella percezione di ciò che significa essere Massoni oggi, sia all’esterno sia all’interno dell’Istituzione: «Molti anni di sforzi intellettuali sono stati dedicati alla ricerca delle origini della Massoneria. Un tale impegno nella ricerca delle più antiche prove esistenti è comprensibile, in quanto la sensazione di un’antica origine porta con sé una sorta di legittimità acquisita e un forte senso di continuità storica che sono di rassicurante conforto. Ma [il mio] studio ignora i molteplici aspetti di tale ingenua attitudine, che ha abilmente rimaneggiato ogni sorta di prova sulle possibili antiche origini della Massoneria, così come le multiformi teorie proposte di volta in volta per spiegare le origini dell’Istituzione. Esso parte dal presupposto che la “Massoneria”, come la si concepisce oggi, fu creata da alcuni Illuministi inglesi a Londra nei primi decenni del XVIII secolo. Tutto quanto è stato praticato in precedenza, nelle gilde dei costruttori medievali, o in religioni segrete e ordini ermetici, o perfino nelle varie logge “occasionali” di cui si ha notizia (per esempio, i lavori della Loggia di Warrington, nel Cheshire, nella quale Elias Ashmole ricevette l’iniziazione nel 1646), potrebbe interessare gli storici, ma non può definirsi massonico in nessuno dei significati oggi accettabili, e non si organizzò mai a livello nazionale. I loro insegnamenti non avevano nulla a che vedere con la “Massoneria” come è stata praticata dalla metà del XVIII secolo in avanti»[4] [il corsivo è nostro].

      L’ultima affermazione è piuttosto sbalorditiva. E, se poniamo mente al fatto che l’autore giunge a tale conclusione partendo dalla delimitazione dei «significati oggi accettabili» del termine «massonico», forse a qualche lettore apparirà più chiaro il senso della citazione da noi posta in epigrafe: «chi controlla il presente controlla il passato», ovvero è in grado di selezionare tra i suoi possibili antenati quelli che si accordano con l’immagine del presente per lui «accettabile». È ovvio che tale impostazione può raggiungere il massimo grado di efficacia nello studio di un’Istituzione le cui origini sono da sempre avvolte nel mistero, qual è appunto la Massoneria. Immaginiamo uno storico dell’Impero romano che avesse voluto negare la continuità con la Repubblica basandosi su una sua definizione di «impero»: probabilmente non sarebbe stato preso molto sul serio, e soprattutto avrebbe sollevato nella mente dei suoi lettori la domanda: cui prodest? Anche nel caso in questione la domanda non ci pare oziosa, poiché la storia di un’organizzazione è l’«identità» che essa propone ai suoi potenziali aderenti, e dunque costituisce lo strumento attraverso cui si può influenzare alla radice il suo prossimo destino: «chi controlla il passato controlla il futuro».

      Per queste ragioni ci pare opportuno vigilare affinché l’immagine di una Massoneria fondata ex novo da «alcuni Illuministi inglesi a Londra nei primi decenni del XVIII secolo» non sia percepita come una semplice affermazione «erudita» più o meno condivisibile, ma priva di conseguenze pratiche. Essa dovrebbe essere, invece, attentamente soppesata, anche, o soprattutto, alla luce delle sue possibili conseguenze sulla capacità di attrarre coloro che possiederebbero le qualificazioni necessarie per poter raggiungere un grado più o meno elevato di realizzazione della via massonica, ma che rischierebbero di venire respinti da un’eccessiva semplificazione, o banalizzazione, della composita eredità intellettuale e iniziatica di cui la Massoneria è depositaria.

      Dalle riflessioni che abbiamo fin qui svolto emerge chiaramente la necessità di esaminare la questione delle origini della Massoneria con il massimo equilibrio. Ciò comporta, ovviamente, non lasciarsi annebbiare la vista dalla volontà di perseguire un’idea fissa, ignorando ciò che l’evidenza delle testimonianze scritte ci riferisce. Ma significa anche, com’è forse meno evidente, evitare di seguire il pregiudizio che suggerisce di ritenere inesistente ciò che non ha lasciato dietro di sé tracce documentali della propria esistenza, soprattutto nello studio di un’organizzazione che, per sua stessa natura, ha accuratamente evitato fino a tempi recenti di lasciare testimonianze esteriori dei propri «lavori».

      Appare chiaro, a questo punto, come il tema delle origini della Massoneria non possa essere confinato entro la prospettiva ristretta di una visione meramente «storicistica», ma debba poter essere l’occasione per fornire a ciascun Massone le basi per poter affermare il proprio ruolo e la propria funzione in un mondo nel quale, a dispetto di una sempre maggiore «omologazione» esteriore, le differenti visioni sui temi fondamentali sembrano confliggere ineluttabilmente. [...]

Giovanni Testanera



note

  1. T. Paine, An Essay on the Origin of Free Masonry, New York 1810. Secondo tale saggio la Massoneria sarebbe stata una diretta discendente della religione dei Druidi: un’idea che suona certamente bizzarra, ma forse non meno fondata delle azzardate elucubrazioni d’attualità sul cosiddetto «Priorato di Sion».

  2. Traduzione italiana di Aristide Luca Ceccanti, novembre 1996. Pubblicata in Zenit - Rivista di massoneria e cultura simbolica, www.zen-it.com.

  3. Uno studio citato nel Dictionnaire de la Franc-Maçonnerie et des Francs-Maçons del «massonologo» Alec Mellor riferisce che, al 1909, erano state censite 39 diverse ipotesi sulle origini della Massoneria in 206 opere che si erano occupate dell’argomento.

  4. T. Stewart, English Speculative Freemasonry: Some Possible Origins, Themes and Developments, in «Ars Quatuor Coronatorum» n. 117, 2004.




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