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L'universalità dell'arte della costruzione

La Lettera G  n° 5, pp. 47-64

(Estratti)

      Dovrebbe apparire evidente, almeno a chi non abbia dell’iniziazione un’idea del tutto immaginaria, che per poter penetrare il significato dei riti e dei simboli massonici non è certo necessario che ci si dedichi materialmente alla costruzione di edifici. È viceversa sul significato profondo delle operazioni dell’«arte sacra» in cui consisteva la costruzione secondo le regole tradizionali che i massoni d’oggi dovrebbero cercare di fissare la propria attenzione: ma per poter fare ciò è necessario sforzarsi di penetrare, almeno in parte, i princìpi di cui tali operazioni non erano che la manifestazione in forma sensibile, in modo da poter in seguito adattare tali princìpi alle condizioni del mondo odierno.

      Il punto di partenza di tale comprensione non può che essere, come sottolinea René Guénon a proposito del valore propriamente simbolico e iniziatico dell’arte architettonica, il fatto che «ogni edificio costruito seguendo presupposti strettamente tradizionali presenta nella struttura e nella disposizione delle varie parti di cui si compone un significato “cosmico”, suscettibile d’altronde di una duplice applicazione, conformemente alla relazione analogica fra macrocosmo e microcosmo, riferendosi cioè sia al mondo sia all’uomo»[1] [i corsivi sono nostri]. Per quanto tale visione possa apparire distante da ciò che i moderni denominano col termine architettura, echi di tale prospettiva si trovano nello stesso significato etimologico del termine «costruire», dal latino cum, insieme, e struere, raggruppare, disporre in ordine, in particolare col significato di «elevare»: il che non può non rammentare ai massoni d’oggi la ben nota espressione massonica «riunire ciò che è sparso», insieme a tutte le conseguenze applicative che essa comporta[2].

      La duplice lettura cosmogonica del ruolo del costruttore trova il suo fondamento nel fatto che, nell’arte tradizionale, non solo i templi rappresentano l’immagine sensibile dell’universo, ma lo stesso uomo è visto come un tempio (Brahma-pura, o Città di Dio, per gli indù), di modo che il rapporto di corrispondenza tra il corpo, il tempio e l’universo permette, in particolare al costruttore, di conoscere l’uno attraverso l’altro e di cogliere in modo sintetico il principio d’unità che presiede alla loro strutturaorganica[3].

      Sebbene non si abbia, in Occidente, uno sviluppo di tali corrispondenze paragonabile a quello che è possibile rinvenire, per esempio, nella tradizione indù, negli stessi testi fondatori dell’architettura classica è possibile trovare tratteggiata una figura del costruttore che non sarebbe semplice ricondurre all’immagine del moderno tecnico delle macchine per abitare. A proposito del tipo di conoscenze che l’architetto deve assimilare affinché possa svolgere adeguatamente la sua funzione, nel De architectura Vitruvio ritiene sia necessario che egli «[...] abbia una istruzione letteraria, che sia esperto nel disegno, preparato in geometria, che conosca un buon numero di racconti storici, che abbia seguito con attenzione lezioni di filosofia, che conosca la musica, che abbia qualche nozione di medicina, che conosca i pareri dei giuristi, che abbia acquisito le leggi dell’astronomia»[4].

      È evidente che sarebbe alquanto riduttivo considerare tale vasto tirocinio come qualcosa di paragonabile alla scipita e fatua cultura generale vantata dagli architetti moderni, che ben raramente riesce a produrre risultati che vadano oltre stimoli puramente estetici. Parrebbe molto più logico vedere, in tale funzione enciclopedica del costruttore, un riflesso della funzione unificatrice che l’architetto è chiamato a svolgere nell’edificazione del modello cosmico costituito dal tempio: e tale funzione, applicata all’insieme delle scienze e delle arti che costituiscono una civiltà, non ricorda ai massoni moderni qualcosa di molto simile al ruolo che potrebbero, o dovrebbero, ricoprire rispetto al cantiere del mondo?

      Va da sé che tale funzione unificatrice, propriamente «costruttiva» nel senso che abbiamo indicato, presuppone in primo luogo, come dicevamo, la coscienza dei princìpi che stanno alla base di ogni ordine di costruzione e, in secondo luogo, uno sforzo costante teso a ricondurre i vari aspetti della molteplicità a quegli stessi princìpi. D’altronde, se la molteplicità è il frutto di un’apparente «divisione» dell’unità principiale - come evidenziato in particolare nella tradizione vedica, secondo la quale «ciò che è sparso» sono le membra del Purusha primordiale[5] -, solo in virtù del superamento delle apparenze mutevoli sarà possibile la «ricomposizione» di tale unità. Secondo tale prospettiva, si tratta in fondo di vedere ogni cosa in quanto elemento della «costruzione universale», tenuto conto del fatto che non esiste un dominio «profano» per sua natura, quanto piuttosto un punto di vista profano, vale a dire quello che considera ambiti più o meno estesi dell’esistenza come separati dai princìpi - il che, a ben riflettere, costituisce un’assurdità. È chiaro del resto che, se ricondotta in tal modo ai princìpi, ogni azione intrapresa sarà allora autenticamente «rituale» in quanto conforme all’«ordine» (rita), e costituirà per colui che la compie un vero «sacrificio», secondo il significato etimologico del termine. Ciò comporta come conseguenza la necessità di saper collocare ogni cosa al posto che le compete secondo la sua natura. Ed è proprio questo, in fondo, lo scopo delle scienze e delle arti intese secondo la loro accezione legittima, ossia in quanto gradini di una scala o di una piramide che, di grado in grado, possano condurre alla conoscenza di quei princìpi di cui sono come un riflesso e un’applicazione a domini contingenti. L’insieme delle «arti liberali», di cui la Massoneria ha sempre conservato la memoria, costituisce un esempio tra i più noti, ma si potrebbero citare, nello stesso senso, gli Upavêda della tradizione indù, ordinati in funzione dei Vêda. Tali scienze rappresentano in definitiva la stessa gerarchia iniziatica, in virtù del fatto che «[...] ogni arte e ogni scienza può, mediante un’opportuna trasposizione, assumere un valore esoterico autentico; [...] considerare le cose sotto questo profilo significa tutto sommato ricondurle al loro principio; questo punto di vista è dunque legato alla loro stessa essenza, nient’affatto sovrapposto in modo arbitrario [...]»[6].

      Sicché, soltanto attraverso il ricollegamento cosciente ai princìpi universali è possibile costituire validamente qualsiasi scienza o qualsiasi arte, e compiere tutti gli adattamenti necessari dettati dalle circostanze di tempo e di luogo[7]. Osservava del resto R. Guénon che, «[...] quando le scienze siano così costituite, il loro insegnamento può seguire un ordine inverso: esse sono in qualche modo come “illustrazioni” della dottrina pura, che possono renderla più agevolmente accessibile a certi animi [...]. Quel che è vero per ogni scienza lo è parimenti per ogni arte, in quanto questa può avere un valore propriamente simbolico che la rende atta a fornire dei “supporti” per la meditazione, e anche in quanto le sue regole sono - come le leggi la cui conoscenza è l’oggetto delle scienze - riflessi e applicazioni dei princìpi fondamentali [...][8]» [i corsivi sono nostri]. In un altro punto della sua opera aggiunge ulteriori indicazioni, del resto già implicite in ciò che abbiamo appena riportato: mestieri, arti e scienze, «intesi secondo la loro concezione tradizionale e legittima [...], attraverso differenziazioni e adattamenti molteplici ma secondari, derivano del pari dallo “stato primordiale”, che li contiene in principio tutti, e in virtù del quale essi si ricollegano agli altri ordini di esistenza, anche al di là dell’umanità, cosa che è d’altronde necessaria perché essi possano, ciascuno al suo livello e secondo la sua misura, concorrere effettivamente alla realizzazione del “piano del Grande Architetto dell’Universo”»[9] [i corsivi sono nostri].

      Non è difficile intravedere, in quanto abbiamo detto sinora, come tutto ciò sottintenda una sorta di schema piramidale che va dai princìpi universali alle applicazioni contingenti e viceversa. Detto altrimenti, si tratta di un processo che conduce dapprima dall’essenza alla sostanza - e che costituisce propriamente il processo stesso della manifestazione - e quindi dalla sostanza all’essenza - per il quale si può parlare di «reintegrazione». Vale la pena di osservare che la forma piramidale, secondo tale prospettiva, «[...] è in certo qual modo contenuta implicitamente in ogni struttura architettonica; il simbolismo “solare” di tale forma, da noi indicato altrove, si ritrova d’altronde espresso in modo più particolare nella “piramidetta”, come mostrano chiaramente varie descrizioni archeologiche citate da Coomaraswamy: il punto centrale o il vertice corrisponde al sole stesso, e le quattro facce (ciascuna delle quali è compresa fra due “raggi” estremi che delimitano l’ambito che essa rappresenta) ad altrettanti aspetti secondari del sole stesso, in rapporto con i punti cardinali verso cui rispettivamente le facce sono rivolte»[10]. Si osservi che lo stesso schema è applicabile anche alla forma della montagna, che da sempre simboleggia la gerarchia iniziatica[11]. Tale schema piramidale, sotteso in qualche modo a ogni genere di costruzione, è il medesimo che è posto sovente a rappresentare per l’appunto un ordine gerarchico, da intendersi naturalmente in senso etimologico: i princìpi stanno al vertice e le loro applicazioni, secondo la relativa importanza da esse rivestita, sono disposte nello spazio intermedio compreso tra il vertice e la base.

      A tale riguardo, è il caso di sottolineare che quello che è noto in Massoneria come il «metodo dei cinque punti», utilizzato anticamente per tracciare la base di un edificio - e che consiste essenzialmente nel fissare il punto centrale di esso e quindi i quattro angoli -, può essere considerato come la proiezione piana di una piramide a base quadrata. Il che ci conduce ad accennare, sebbene per sommi capi, a una questione che è stata ed è tuttora oggetto di controversie, ossia quella dei Landmarks, che non pensiamo certo di risolvere, ma che riteniamo tuttavia tutt’altro che estranea, almeno da un certo punto di vista, all’argomento del presente studio. Riteniamo quindi interessante riportare su questo tema un’osservazione di Guénon il quale, in una recensione del dicembre 1938 a un articolo della rivista «The Speculative Mason», notava che «[...] la questione dei Landmarks [...] è, come si sa, oggetto di discussioni interminabili; [l’articolo] la chiarisce un po’ riferendosi al significato originario del termine, applicato nella Massoneria operativa ai marchi tramite i quali erano fissati il centro e gli angoli di un edificio prima della sua costruzione, il che, per trasposizione, può permettere di interpretare i caratteri generalmente riconosciuti ai Landmarks nel senso di una verità immutabile, in sé universale e intemporale, e al tempo stesso suscettibile, nei differenti domini d’esistenza e d’azione, di applicazioni che sono come altrettanti riflessi, a gradi diversi, di un “Archetipo” puramente spirituale; e va da sé che, in tali condizioni, i veri Landmarks non possono in alcun modo essere assimilati a un insieme di regole scritte, le quali potrebbero esprimerne tutt’al più il riflesso più indiretto e più lontano»[12] [i corsivi sono nostri]. Sarebbe allora azzardato ritenere che gli autentici Landmarks non siano altro che quei princìpi universali - coincidenti con gli stessi princìpi massonici - che presiedono a ogni ordine di costruzione? Secondo tale accezione, l’universalità dell’arte di costruire non riguarderebbe tanto una diffusione più o meno generalizzata di edifici a essa riferibili: se è veramente ciò che deve essere, ogni «costruzione» rifletterà, nell’ambito che a essa compete, i princìpi universali che reggono ogni cosa perché essenzialmente fuori dal tempo, dallo spazio e da ogni condizione limitativa.

      Riguardo al carattere delle scienze e delle arti tradizionali, ancora Guénon sottolineava che «[...] la “scienza sacra” [...] non può partire che dai princìpi universali» e ciò in virtù «del ruolo primario dell’intuizione intellettuale, che è tanto la più immediata di tutte le conoscenze quanto la più elevata, ed è assolutamente indipendente dall’esercizio di ogni facoltà di ordine sensibile o persino razionale»[13] [i corsivi sono nostri]. Si tratta, a nostro modo di vedere, di un punto di importanza capitale, poiché evidenzia nel modo più chiaro come sia possibile cogliere in maniera diretta e immediata tali princìpi, e come, di conseguenza, questi possano essere posti a fondamento delle scienze e delle arti tradizionali. Secondo tale prospettiva, sarà allora possibile considerare la costruzione di edifici come una delle possibili applicazioni alle quali può dar luogo quella che si potrebbe definire propriamente come scienza iniziatica. Del resto, se si osservano i prodotti dell’arte architettonica che sono pervenuti sino a noi, quale che sia la civiltà o l’epoca nella quale hanno avuto origine, non si può non rimanere colpiti dal fatto che, pressoché invariabilmente, essi sono messi in rapporto in maniera più o meno esplicita, come accennavamo sopra, sia con la costituzione del cosmo sia con quella dell’essere umano. [...]

Pietro Gori



note

  1. R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1975, p. 221. Altrove egli è ancora più esplicito nel rimarcare il «[...] ruolo essenziale svolto dall’imitazione di un “modello cosmico” in ogni architettura tradizionale»: «è anzitutto da ciò che quest’ultima trae il suo valore iniziatico, senza il quale la stessa iniziazione massonica non sarebbe evidentemente mai esistita» (Études sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage, Éditions Traditionnelles, Paris 1992, tomo II, p. 183).

  2. Cfr. B. Rovere, L’arte della costruzione, in «Rivista di Studi Tradizionali», n. 93, pp. 267-68.

  3. Riportiamo in proposito il seguente brano di A. K. Coomaraswamy, che illustra tale aspetto della questione: «Poiché il corpo umano, il tempio costruito e l’universo sono equivalenti analogici, le parti del tempio corrispondono a quelle del corpo umano non meno che a quelle dell’universo stesso. Tutte queste forme dimensionalmente determinate (nirmita, vimita) sono chiaramente delle “case”, abitate e pervase da una Presenza invisibile di cui esse rappresentano la possibilità di manifestazione nel tempo e nello spazio; la loro raison d’être è di renderLa conoscibile. Infatti questo principio unificante e costruttivo, Spirito o Sé di tutti gli esseri, è solo in apparenza limitato dalle sue abitazioni che, come le altre sue immagini, servono da supporti per la contemplazione, non essendo dei fini in sé ma soltanto dei mezzi più o meno indispensabili per liberarsi da ogni genere di limitazione» (Il grande brivido, Adelphi, Milano 1987, cap. I, p. 5).

  4. De architectura, Libro I, I, 4.

  5. Cfr. R. Guénon, Riunire ciò che è sparso, in «La Lettera G», n. 1, Equinozio d’Autunno 2004.

  6. R. Guénon, L’esoterismo di Dante, Adelphi, Milano 2001, cap. II, p. 22.

  7. O anche restituire a una scienza il suo pieno valore. Un esempio in tal senso è costituito da un’opera poco nota di R. Guénon, Les Principes du Calcul infinitésimal, nella quale egli ha inteso fornire, secondo le sue stesse parole, «[...] un’idea di ciò che sarebbe possibile fare, almeno in certi casi, per restituire a una scienza mutilata e deformata dalle concezioni profane il suo valore e la sua portata reali, sia dal punto di vista della conoscenza relativa che rappresenta direttamente, sia da quello della conoscenza superiore cui è suscettibile di condurre per trasposizione analogica [...]» (Gallimard, Paris 1946, cap. XXV, p. 141). Dal che si può dedurre come non cambi in realtà l’oggetto della scienza, in questo caso la matematica, bensì il punto di vista secondo il quale esso è considerato.

  8. R. Guénon, La crise du monde moderne, Gallimard, Paris, pp. 64-66.

  9. R. Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, Luni Editrice, Milano 1996, cap. XXXIX, pp. 301-2.

  10. R. Guénon, Simboli, cit., cap. 43, pp. 247-48.

  11. Si può citare in tale senso il monte Mêru della tradizione indù, come pure la montagna del Purgatorio dantesco, in cima alla quale è posto il «Paradiso terrestre»; torneremo più avanti su quest’ultimo punto.

  12. R. Guénon, Études sur la Franc-Maçonnerie, cit., tomo I, p. 301.

  13. R. Guénon, La crise du monde moderne, cit., p. 64.




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