|
|
Sulle tracce degli Antichi Doveri
La Lettera G n° 4, pp. 63-81
(Estratti)
È idea comunemente accettata, nel mondo profano
ma anche fra molti Massoni, che gli Antichi Doveri
dei costruttori medievali nulla possano dirci sulla
presenza di una dottrina, di un metodo e di regole
di ammissione di carattere iniziatico nelle confraternite
operative.
Da tale constatazione alcuni pretendono di trarre
la conclusione che tali organizzazioni fossero delle
associazioni di carattere puramente corporativo,
ritenendo che l’assenza di documenti e rituali scritti
sia indice sufficiente per escludere il loro carattere
iniziatico.
Ci pare che tale attitudine, del tutto in linea con
il pregiudizio moderno che inclina a ritenere inesistente
ciò che non ha lasciato dietro di sé esplicite
prove documentali, sia assolutamente inadeguata al
tema in questione. A tale proposito basti ricordare
come ancora nel 1816 la Loggia di Riconciliazione della
Gran Loggia Unita d’Inghilterra, nata per fissare un
sistema rituale comune alle obbedienze degli Antients
e dei Moderns, che dal 1751 si contendevano la
patente di «Massoneria regolare», proibì rigorosamente
ai suoi membri di lasciare testimonianza scritta
dei propri lavori o di divulgare all’esterno ciò che
costituiva gli stessi: talché il risultato fu che al loro
termine il rituale fu «approvato e confermato» dalla
Gran Loggia, ma nessuna traccia scritta dei suoi contenuti
è giunta fino a noi.
Inoltre, prima di escludere che gli Antichi Doveri
possano darci qualche indicazione sull’esoterismo
dei Massoni operativi, crediamo sia opportuno esaminare
tali documenti con la dovuta attenzione: sforzandoci
poi, dopo aver letto, anche di vedere, come invita
a fare il più antico documento degli Antichi Doveri
inglesi giunto fino a noi, il Manoscritto Regius:
«Chiunque sappia sia ben leggere sia ben vedere / Potrà
trovare scritto in un antico libro...»[1].
Il Manoscritto Regius, redatto tra la fine del XIV e
gli inizi del XV secolo[2], è rimasto nascosto a quei «fratelli
scrupolosi» che, secondo quanto dichiara James
Anderson nelle Costituzioni del 1738, bruciarono
molte copie degli Antichi Doveri per evitare «che cadessero
in mani estranee» [that those papers might not
fall into strange hands], e riscoperto nel 1838 presso
la Libreria del British Museum da James Orckard Halliwell.
Il documento di Antichi Doveri più prossimo al
Regius in ordine di tempo è il Manoscritto Cooke, posteriore
di alcuni decenni, e il confronto tra i due ha
fatto ritenere ad alcuni autori che essi derivino da un
terzo documento più antico, che si suppone possa essere
stato redatto attorno al 1360, anno in cui un
gran numero di Massoni provenienti da tutta l’Inghilterra
furono impegnati nella ricostruzione del
Castello di Windsor[3].
Ciò ovviamente non esclude sia che manoscritti
più antichi possano essere esistiti, e non essere giunti
fino a noi, sia che la redazione degli Antichi Doveri
sia stata preceduta da una tradizione orale, in
modo da ridurre di molto l’interesse reale per la loro
datazione esatta; gli stessi Antichi Doveri dichiarano
di essere stati fissati nella loro forma attuale da
Re Athelstan (925-939), ovvero a una data di molto
precedente al più antico antenato di tali documenti
di cui sia oggi ipotizzata l’esistenza.
Il Manoscritto Regius è composto da 794 versi, di
cui i primi 470 sono riconducibili alla struttura «classica»
degli Antichi Doveri, ovvero una sezione in cui
è riferita la storia mitica della Massoneria (versi da 1
a 86) e una parte normativa (versi da 87 a 496), nel
caso in oggetto suddivisa in 15 articoli per i Maestri,
15 punti per Compagni e Apprendisti e un decreto
particolare relativo all’Assemblea dei Massoni.
I versi dal 471 al 576 contengono la storia dei
Quattro Santi Coronati, un racconto sulla Torre di
Babele e una sezione dedicata alle sette arti liberali,
dove appare nel modo più evidente come la prospettiva
degli ispiratori del testo non fosse limitata
all’ambito semplicemente «corporativo». Seguono
una lunga istruzione sui doveri religiosi (versi dal 577
al 692), essenzialmente composta da citazioni dalle
Istruzioni per i Parroci di John Mirk, prete agostiniano
di Lileshall, e una ripresa integrale di un poema di
istruzione sul comportamento in società, il Tractus
Urbanitatis (versi dal 693 al 794), da attribuire con
ogni verosimiglianza al medesimo ambiente del redattore
materiale del manoscritto.
Il fatto che, fra gli Antichi Doveri pervenutici, il
Regius sia l’unico a essere scritto in versi, ha indotto
molti studiosi a ritenere che esso sia stato tradotto in
forma poetica sulla base di un precedente testo in
prosa, ma dobbiamo ammettere di non aver trovato
alcuna spiegazione soddisfacente per sostenere questa
convinzione. Edmond Mazet[4] ritiene che la parte
del Manoscritto Cooke che trova corrispondenza
nel Regius sia stata messa per iscritto sulla base di una
tradizione orale[5]: se tale ipotesi di trasmissione «da
bocca a orecchio» fosse fondata, si troverebbe un indizio
a conferma del fatto che il predecessore, o i predecessori,
del Manoscritto Regius fossero in realtà dei
testi in forma poetica, dato che senza dubbio tale forma
si presta con maggiore facilità alla memorizzazione
rispetto alla prosa[6]. Ma in realtà ben altre osservazioni
possono essere portate a spiegazione dell’apparente
«anomalia» costituita dalla forma poetica
del Regius.
Per far ciò è necessario ricordare quale sia stato,
nel XIII e XIV secolo, il ruolo della poesia, e in particolare
della poesia in lingua volgare, nelle vicissitudini
dell’intellettualità europea e nei complessi
adattamenti resisi necessari in seguito alla cruenta
distruzione dell’Ordine del Tempio sopravvenuta in
quel periodo. Quanto ciò sia vero per l’Italia, la Francia
e la Spagna è forse superfluo sottolinearlo, tanto
più che in altri articoli di questo numero si riportano
considerazioni del massimo interesse sull’operato
dei «Fedeli d’Amore» e sui rapporti che essi ebbero
con l’eredità dell’Ordine del Tempio.
Nell’Inghilterra della seconda metà del XIV secolo
la figura centrale per comprendere lo sviluppo
di tali idee è Geoffrey Chaucer, autore dei Racconti di
Canterbury e considerato il padre della lingua inglese,
per la quale giocò un ruolo simile a quello di Dante
con l’italiano. Chaucer viaggiò più volte in Francia
e in Italia, ove ebbe rapporti con Francesco Petrarca;
fu un grande estimatore degli scritti dei «Fedeli
d’Amore», ed è presumibile che i suoi legami
con tale organizzazione non si limitassero all’ambito
semplicemente «letterario». Tradusse in lingua inglese
il Roman de la Rose e si ispirò alla Divina Commedia
nella redazione del suo La Casa della Fama; gli
stessi Racconti di Canterbury appaiono in molte narrazioni
debitori del Decamerone di Boccaccio, pur mai
espressamente citato dallo stesso Chaucer.
I legami tra Chaucer e i costruttori medievali sono
provati dalla sua nomina a Sovrintendente delle
Costruzioni Reali nel palazzo di Westminster e nella
Torre di Londra, Ispettore di Ponti, Muri e Fossati
sul Tamigi tra Woolwich e Greenwich, Sovrintendente
ai Restauri della St. George’s Chapel di Windsor:
tali incarichi di sovrintendenza ponevano Chaucer
come delegato, diretto del Re, al controllo dell’operato
delle gilde dei muratori, e per avere una
idea di cosa ciò significasse possiamo ricordare che
funzioni similari furono svolte, nelle epoche successive,
da personaggi del calibro di Inigo Jones e Christopher
Wren. Il fatto che un tale ruolo fosse svolto
da un uomo che per tutta la vita si ritenne soprattutto
un poeta può essere considerato semplicemente bizzarro,
se visto con gli occhi del profano, oppure come
segno di una funzione dell’architettura non limitata
al suo solo aspetto materiale, ma centrata in
primo luogo sulla «costruzione dei costruttori», sullo
sviluppo della loro capacità di cogliere e fissare le
corrispondenze e i legami che rendono l’edificio
un’autentica «immagine del Cosmo».
Comprendiamo bene quanto tale visione sia distante
dalla prospettiva angusta che limita l’orizzonte
intellettuale degli odierni «specialisti», per i quali
l’accumulazione di nozioni sempre più circoscritte
costituisce l’unica linea di sviluppo del «sapere».
Ben diverso era però l’atteggiamento dei Massoni
operativi, per i quali la pratica del mestiere non poteva
prescindere da conoscenze che andavano assai
oltre l’uso meramente utilitaristico delle tecniche costruttive.
Un chiaro esempio di tale attitudine è ravvisabile
nell’importanza che gli Antichi Doveri attribuiscono
alle sette arti, o scienze, liberali per la formazione dei
Massoni operativi, la quale non è facilmente spiegabile,
e forse neppure storicamente corrispondente a
un’effettiva e generalizzata preparazione in tali materie,
se riferita al loro insegnamento profano. Dal
punto di vista iniziatico, viceversa, come afferma
René Guénon, «a ogni scienza profana può sovrapporsi
una seconda scienza che in apparenza si riferisce
allo stesso oggetto ma in realtà lo prende in considerazione
da un punto di vista più profondo, e che
è rispetto alla scienza profana ciò che i significati superiori
delle scritture sono rispetto al loro significato
letterale [...]. Dunque, ogni arte e ogni scienza
può, mediante una opportuna trasposizione, assumere
un valore esoterico autentico; perché negare
che talune espressioni tratte dalle arti liberali ricoprissero,
nelle iniziazioni medievali, un ruolo paragonabile
a quello che il linguaggio mutuato dall’arte
dei muratori ha nella Massoneria speculativa?»[7].
La presenza di queste idee nella Massoneria operativa
è confermata dal passaggio del Manoscritto Regius
in cui si narra come Euclide, nell’insegnare l’arte
di geometria, cominciò con le sette scienze: «La Grammatica,
io riconosco, è la prima delle scienze, / La
Dialettica, così io ne abbia letizia, la seconda,/ La Retorica
senza dubbio la terza, / La Musica, così affermo,
è la quarta, / L’Astronomia, per la mia barba, è
la quinta, / L’Aritmetica senza dubbio la sesta, / La
Geometria chiude la lista, la settima, / Per Euclide,
considerandola umile e cortese, / La Grammatica è
senza dubbio la radice,/ Chiunque può imparare attraverso
un libro; / Tuttavia il mestiere è superiore
nella conoscenza,/ Come il frutto nei confronti della
radice della pianta; [But art passeth yn hys degré, / As
the fryte doth the rote of the tre] / La Retorica fra tutte
ritma con ricercato linguaggio, / E la Musica è una soave
canzone [musyke hyt ys a swete song]; / L’Astronomia
è importante, mio caro fratello, / L’Aritmetica
dimostra che una cosa equivale all’altra, / La Geometria
è la settima scienza,/ Che può separare il falso
dal vero [That con deperte falshed from trewthe y-wys]
/ Queste sono le sette scienze, / Chi bene le usa può
ottenere il Paradiso [Whose useth hem wel, he may han
heven]»[8].
Possiamo innanzitutto notare come il rapporto tra
scienza e arte sia paragonato a quello tra radice e frutto,
a formale smentita della fin troppo abusata immagine
di un’arte tradizionale basata sull’applicazione
di regole empiriche. Vero è, invece, che lo studio
delle sette scienze, pur presupposto necessario
dell’apprendimento dell’arte del costruire, diviene
fruttifero solo a seguito dell’operatività di mestiere, vista
come strumento per il passaggio dalla virtualità
all’attualità della conoscenza acquisita. È chiaro che
l’«operatività» che abbiamo qui in vista non è la semplice
praxis, ma piuttosto una poiesis nel senso più
completo del termine: «la parola “operativo” non deve
essere presa per un equivalente esatto di “pratica”,
perché tale termine si riferisce sempre all’“azione”
(il che del resto è rigorosamente conforme alla
sua etimologia); [...] in realtà si tratta di quel “compimento”
dell’essere che è la “realizzazione” iniziatica,
con tutto l’insieme dei mezzi di diversa natura
che possono essere utilizzati in vista di tale scopo;
e non è senza interesse osservare che una parola di
simile origine - il termine “opera” - è impiegata
precisamente in tal senso nella terminologia alchemica»[9].
Che tale sia lo scopo dell’operatività basata sulle
sette scienze lo suggerisce lo stesso Manoscritto Regius,
quando afferma che chi ben le usa [tali scienze]
può ottenere il Paradiso. Ci troviamo qui di fronte a una
dichiarazione che, profanamente intesa, parrebbe
semplicemente paradossale, ma che appare sotto
una luce completamente diversa ricordando come,
per i «Fedeli d’Amore», le sette arti liberali rappresentavano
i sette gradi dell’iniziazione posti in corrispondenza
con i sette «Cieli». Se poi consideriamo
che il culmine dei «piccoli misteri» consiste nello sviluppo
completo delle possibilità dello stato umano
considerato nella sua integralità, tradizionalmente
simboleggiato dal «Paradiso terrestre» ove si compie,
per l’iniziato, la restaurazione dello «stato primordiale»[10], il simbolismo del Regius appare perfettamente
coerente, e si presta a ulteriori interessanti sviluppi.
In questa prospettiva è possibile comprendere il
senso della definizione della geometria, ovvero della
scienza che i Massoni operativi erano chiamati ad
applicare più direttamente nel corso dei loro lavori,
quale scienza che distingue il falso dal vero. Anche tale
affermazione infatti, che risulta incomprensibile se
applicata all’insieme di nozioni che oggi qualifichiamo
come geometria, assume un significato del
tutto logico richiamandosi alla corrispondenza tra le
scienze, i «Cieli» e i gradi iniziatici: nelle dottrine dei
Catari, per esempio, la settima scienza, che nel Regius
è appunto la geometria, era posta in corrispondenza
con il Sole e la Ragione illuminata, immagine
di quella capacità di discriminazione intellettuale che è
universalmente considerata il frutto dell’operatività iniziatica[11].
Va tuttavia notato come l’ordine delle
scienze secondo il Regius differisce sia da quello adottato
dai Catari sia da quello della Scala dei Kadosh presente
nel Tuileur di Vuillaume: ora è da notare che,
mentre nella Scala dei Kadosh l’Aritmetica occupa la
quarta posizione, ovvero quella corrispondente al Sole
secondo l’ordine astrologico dei pianeti, nell’ordine
del Regius tale posto è occupato dalla Musica, i
cui rapporti con la Geometria e l’Architettura sono
ben noti, la quale però è messa dal Regius stesso in
relazione con la poesia (musyke hyt ys a swete song). Notiamo
inoltre di sfuggita che nella seconda enumerazione
delle sette scienze non si nomina più la dialettica,
equivalente alla logica, ovvero proprio quella
scienza cui meglio si attaglierebbe, in senso ovviamente
relativo, la definizione di scienza in grado di
distinguere il falso dal vero: ed è curioso che, almeno
in alcune sue manifestazioni, la Massoneria speculativa
abbia sostituito nella pratica dei suoi lavori la dialettica
alla geometria.
Sul metodo iniziatico utilizzato dai Massoni operativi
non possiamo pensare di trovare indicazioni
esaustive in uno scritto di carattere relativamente
esteriore come il Manoscritto Regius. Tuttavia a questo
proposito è opportuno rilevare come il richiamo
al gergo e alle dottrine dei «Fedeli d’Amore» per
spiegare i passaggi più enigmatici del Manoscritto Regius
trovi un’ulteriore conferma nell’uso, apparentemente
inspiegabile in un ambiente di muratori
operativi, di metafore tratte dal linguaggio amoroso
per illustrare le modalità di trasmissione delle
cognizioni tecniche dell’arte: «Un Massone, che conosca
bene questo mestiere, / Che veda un suo compagno
tagliare una pietra, / E questi sia sul punto di
rovinare quella pietra, / Correggila immediatamente
se tu puoi, / E mostragli successivamente a correggerla,
/ Per non rovinare il lavoro del signore, /
E insegnagli a correggerla senza procurargli imbarazzo,
/ Con cortesi parole, che Dio ti ha dato [With
fair words, that God thee hath lende]; / Per l’amore di
colui che siede lassù. / Con dolci parole nutri il suo
amore [With sweet words nourish his love]»[12].
E ancora: «[Euclide], questo grande sacerdote
ordinò / A colui che era superiore in grado [To hym
that was herre yn thys degré] / Di istruire il meno avanzato
[the synplyst] / A essere perfetto in questa onesta
arte, / E così ciascuno doveva insegnare all’altro,
/ E si amavano l’un l’altro come sorella e fratello [love
togeder as syster and brother]»[13].
Dall’uso di tali espressioni appare evidente come
l’amore fraterno abbia, nel Manoscritto Regius, un’importanza
centrale[14] nella trasmissione delle conoscenze
operative, ma per comprendere le implicazioni
di una simile constatazione dobbiamo tener
presente come «certi termini tratti dall’affettività siano
come molti altri suscettibili di una trasposizione
analogica in un ordine superiore, poiché tutte le cose
hanno effettivamente, oltre al loro significato immediato
e letterale, valore di simboli in rapporto a
realtà più profonde; e così è palesemente, in particolare,
tutte le volte che nelle dottrine tradizionali si
parla di amore. Nei mistici stessi, malgrado certe inevitabili
confusioni, il linguaggio affettivo appare soprattutto
un modo d’espressione simbolica [...]. Tuttavia
la trasposizione diventa più evidente quando si
constata che le applicazioni tradizionali dell’idea di
amore non sono limitate alla sfera exoterica e specialmente
religiosa, ma si estendono anche a quella
esoterica e iniziatica; così accade in particolare in numerosi
rami o scuole dell’esoterismo islamico, e parimenti
in certe dottrine del Medio Evo occidentale,
in particolare nelle tradizioni proprie degli Ordini
cavallereschi, e anche nella dottrina iniziatica, del resto
connessa, che ha trovato espressione in Dante e
nei “Fedeli d’Amore”»[15].
È proprio alle dottrine dei «Fedeli d’Amore» che
possiamo riferirci per porre in luce come il riferimento
all’«amore», nella trasmissione della conoscenza,
vada ben oltre il senso sentimentale oggi quasi
esclusivamente associato a tale vocabolo. Dante,
nel terzo trattato del Convivio, riferendosi all’amore
per la Donna-Sapienza, «quella donna dello ’ntelletto
che Filosofia si chiama», «nella quale della divina luce
assai mi si mostrava», così si esprime: «Dico: Amor che
nella mente mi ragiona. Per Amore io intendo lo studio
lo quale io mettea per acquistare l’amore di questa
donna: ove si vuole sapere che studio si può qui
doppiamente considerare. È uno studio lo quale mena
l’uomo all’abito dell’arte e della scienza; è un altro
studio lo quale nell’abito acquistato adopera,
usando quello».
Questo riferimento all’apprendimento e alla messa
in opera delle arti e delle scienze ci riporta alla suddivisione
stabilita nel Regius tra radice e frutto della
conoscenza, ovvero tra l’apprendistato al primo
grado, simboleggiato dallo studio della Grammatica, e
la perfetta operatività del settimo grado, simboleggiata
dalla Geometria; è chiaro come il passaggio dall’una
all’altra forma di amoroso studio sia da intendersi
come evoluzione continua, talché dal principio del
primo grado alla realizzazione integrale del settimo
le due forme coesistano sempre in diverse proporzioni.
Nel prosieguo del passo citato, l’amistade che
informa i rapporti nell’amore fraterno è messa da
Dante in relazione al primo tipo di apprendimento:
«E questo primo è quello ch’io chiamo qui Amore,
lo quale nella mia mente informava continue, nuove
e altissime considerazioni di questa donna che di
sopra è dimostrata: sì come suole fare lo studio che
si mette in acquistare un’amistade, che di quella amistade
grandi cose prima considera, desiderando quella.
Questo è quello studio e quella affezione che suole
procedere nelli uomini la generazione dell’amistade,
quando già dall’una parte è nato amore, e desiderasi
e procurasi che sia dall’altra».
È importante sottolineare come la generazione dell’amistade
per la Donna-Sapienza sia posta da Dante
in parallelo al rapporto tra colui nel quale già è nato
amore e chi desidera amore; questo rapporto è quello
che intercorre tra il superiore in grado (herre yn thys degré)
e il meno avanzato (the synplyst) del Manoscritto
Regius, rapporto che, come sopra abbiamo visto, deve
essere caratterizzato dall’insegnamento e dall’amore,
come se essi fossero sorella e fratello (love togeder as
syster and brother).
Il riferimento alla coppia fratello-sorella è forse
uno degli aspetti più enigmatici del Manoscritto Regius;
in esso si allude al rapporto tra un elemento maschile
e attivo, da porre in relazione con il maestro,
e un elemento femminile e passivo, riferibile all’apprendista:
tuttavia la relazione tra i due nella trasmissione
della conoscenza allude chiaramente a
una comune generazione di entrambi da un medesimo
principio, similmente a quanto afferma Dante
in un altro passaggio del terzo trattato del Convivio:
«sì come sorella è detta quella femmina che da uno
medesimo generante è generata, così puote l’uomo
dire “sorella” dell’opera che da uno medesimo operante
è operata: ché la nostra operazione in alcuno
modo è generazione».
Questa generazione cui allude Dante è, nell’ordine
spirituale, la seconda nascita dell’iniziato, determinata
dall’incontro tra la materia grezza consistente nelle
sue potenzialità e l’influenza spirituale ricevuta tramite
il ricollegamento iniziatico, e così chiamata
«perché apre all’essere un mondo diverso da quello
nel quale si esercita l’attività della sua modalità corporea,
mondo che sarà per lui il campo di sviluppo
di possibilità d’un ordine superiore»[16]. In Massoneria,
la trasmissione dell’influenza spirituale non avviene
per il tramite di un essere assimilabile a ciò che
viene chiamato Guru nelle forme iniziatiche proprie
dell’Induismo, ma per il tramite di una Loggia regolarmente
costituita, nella quale il ruolo di Maestro
spirituale e di veicolo dell’influenza spirituale viene
svolto «non dalla collettività [della Loggia] come tale,
ma [da]l principio trascendente al quale essa serve
come supporto [...]. Si tratta perciò di quella che
può esser detta, nel senso più rigoroso del termine,
una “presenza” spirituale che agisce nel corso del lavoro
collettivo e mediante esso»[17]. Possiamo quindi
spiegarci perché tutti i membri della Loggia, dal Venerabile
all’ultimo degli apprendisti, provengano
«da un medesimo generante» consistente nella presenza
spirituale nel nome della quale i lavori di Loggia
vengono svolti, e siano dunque tutti indistintamente
fratelli per quanto attiene la loro seconda nascita,
e laddove sia necessario rimarcare la polarizzazione
tra elementi relativamente attivi e passivi, come
nel caso dell’istruzione iniziatica, l’immagine più
appropriata sia effettivamente quella della coppia
fratello-sorella utilizzata dal Regius[18].
Oltre che per l’utilizzo del gergo amoroso i legami
tra le confraternite dei costruttori medievali e gli
Ordini cavallereschi risultano rilevanti anche dal
punto di vista delle qualificazioni che dovevano essere
possedute dai Massoni operativi. L’obbligo di accettare
come apprendisti solo uomini liberi e privi di
difetti fisici è accostato, nel Manoscritto Regius, alla
narrazione di come appartenenti alla nobiltà imparassero
l’arte della costruzione dai Maestri Massoni,
fin dai tempi dell’antico Egitto e ancora all’epoca in
cui i manoscritti furono redatti. Ciò è forse indice di
un’antica forma di «accettazione» nella Corporazione,
di natura indubbiamente diversa rispetto a quella
di cui abbiamo prove a partire dal XVII secolo, ma
ugualmente in grado di creare un durevole rapporto
tra i Massoni operativi e gli appartenenti alle organizzazioni
iniziatiche cavalleresche.
Tuttavia il concetto di «nobiltà» nel Manoscritto
Regius pare riferirsi a requisiti non coincidenti rispetto
a quello di nascita; per esempio al quarto articolo, [...]
Giovanni Testanera
note
1. Regius ms., 1-2. Whose wol bothe wel rede and loke, / He may
fynde wryte yn olde bok.
2. Douglas Hamer ritiene che esso sia stato materialmente
redatto da un chierico delle West Midlands, e più in particolare
da un agostiniano dell’Abbazia di Lanthony, a Gloucester
(cfr. The Two Earliest Masonic Manuscript, a cura di D.
Knoop, G.P. Jones e D. Hamer, Manchester 1938; D. Hamer,
Further Consideration on the Regius Manuscript, in «Ars Quatuor
Coronatorum» n. 94, 1981).
3. D. Hamer, Further Consideration, cit.
4. La franc-maçonnerie: documents fondateurs, «Cahier de
l’Herne» n. 62, raccolta diretta da Frédérick Tristan, Paris
1992.
5. Ciò è suggerito, tra l’altro, dalla corruzione del nome
Euclyde, riportata nel Regius, che nel Cooke diventa Euglet, per
il tramite di una deformazione nella pronuncia da Iuclid a
Iuglit.
6. A margine dei fogli del Manoscritto Regius appaiono dei
segni di legame rossi che collegano tra loro le frasi rimate, i
quali non trovano riscontro né nel Manoscritto Cooke né nella
terza più risalente redazione degli Antichi Doveri, il Manoscritto
Grand Lodge n.1 del 1583; segni simili appaiono invece
in alcuni testi utilizzati all’epoca del Regius per le rappresentazioni
teatrali di carattere sacro che venivano presentate
durante le feste dalle Gilde di mestiere, i Mysterie
Playes, come la serie di rappresentazioni chiamata N-Town Cycle,
diffusa nelle East Midlands durante l’ultimo quarto del
XV secolo (Cfr. F.L. Turner, A Scientist’s View of the Old Constitutions,
in «Ars Quatuor Coronatorum», n. 108, 1995). Ciò
può far ipotizzare che anche il Regius sia stato utilizzato dai massoni operativi per la rappresentazione teatrale di una o
più delle storie in esso contenute, e ci fa intravedere lo stretto
legame esistente tra poesia, metodo iniziatico e teatro, tema
che non possiamo pensare di affrontare qui per non rischiare
di perderci in troppo lunghe digressioni, ma che ci
proponiamo di esaminare in uno dei prossimi numeri di
questa Rivista.
7. R. Guénon, L’Esoterismo di Dante, Adelphi, pp. 21-22.
8. Regius ms., 557-576.
9. R. Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, Luni Editrice,
p. 233.
10. Cfr. Ibid., pp. 297-98.
11. Cfr. R. Guénon, L’Esoterismo di Dante, cit., p. 20. Per i Catari
tale settima scienza corrispondeva all’aritmetica, forse am otivo dell’influsso degli insegnamenti pitagorici sulle organizzazioni
iniziatiche da cui essi trassero le loro dottrine; la geometria era considerata invece la quinta scienza, in relazione
con il cielo di Giove.
12. Regius ms., 397-406.
13. Ibid., 37-42.
14. Notiamo che tali espressioni si ripetono in termini assai
simili in altre parti del manoscritto «E tu devi amare anche
i tuoi compagni, / Poiché la tua arte vuole che tu lo faccia»
(267-268); «Amabilmente servirsi l’un l’altro,/ Come se
essi fossero fratello e sorella» (351-352).
15. R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, pp. 358-
359.
16. R. Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cit., p. 39.
17. R. Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, Luni Editrice,
p. 148.
18. Non va tuttavia dimenticato come, nelle dottrine dei
Fedeli d’Amore, l’Intelletto trascendente, o, in altri termini,
la Saggezza divina, fosse rappresentato dalla simbolica
Dama che ispirava il lavoro di ogni poeta. Nella stessa
prospettiva, è ugualmente significativo che i massoni si definiscano
Figli della Vedova, il che rappresenta un altro aspetto
del medesimo simbolismo.
|
|