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«In grazia dell'ora e dell'età»

La Lettera G  n° 4, pp. 83-99

(Estratti)

      A chi si accosti ai rituali massonici con la dovuta attenzione risulterà difficile accontentarsi di interpretazioni che si limitino a contenuti per così dire «accessori», di tipo moraleggiante o sentimentale, rispetto ai quali un corpus simbolico come quello massonico apparirebbe per lo meno «sproporzionato», se non del tutto superfluo nella sua stessa ragion d’essere. A rigor di logica, d’altronde, se certe nozioni possono essere presentate attraverso espressioni intelligibili anche a un livello esteriore, ciò non impedisce affatto che significati di ordine più profondo vi si sovrappongano[1], in conformità alla natura intrinseca del simbolismo.

      Peraltro, vi sono espressioni rituali - come quella che dà il titolo al presente studio - caratterizzate da una forma strettamente «tecnica» che, a meno di forzature evidenti, le rende difficilmente suscettibili di interpretazioni che si discostino dal loro legittimo punto di vista, ossia quello propriamente iniziatico. Del resto, proprio a causa di tale carattere «tecnico» è a volte fin troppo facile, a un esame affrettato, disconoscerne la portata e la ragion d’essere[2], trascurando in tal modo aspetti del simbolismo muratorio che, al contrario, riteniamo si abbia tutto l’interesse di approfondire.

      Reperire l’origine storica di una formula come quella in questione presenterebbe non poche difficoltà, come accade del resto per la generalità dei riti e dei simboli, non solo massonici. È chiaro tuttavia che anche qualora una ricerca di questo genere, sebbene non priva di interesse, dovesse condurre a risultati attendibili, non si sarebbe rintracciata con ciò una vera origine, ma soltanto la prima formulazione scritta conosciuta[3]. In ogni caso, non è su questo aspetto della questione che intendiamo ora soffermarci, bensì su alcuni dei significati simbolici sinteticamente inscritti in tale locuzione.

      Nella fase iniziale del rituale di I grado, il Maestro Venerabile, nel corso di una serie di «triangolazioni» con i due Sorveglianti, ha modo di formulare l’avvertimento che, «in grazia dell’ora e dell’età, è tempo di aprire [gli] architettonici lavori». L’ora di apertura dei lavori è - notoriamente - «mezzogiorno in punto», cioè quella che corrisponde all’istante di massima luce nella giornata, quando il sole si trova allo zenit. Per converso, la chiusura deve avvenire a «mezzanotte in punto», nell’istante di massima oscurità, quando il sole è al nadir. Una prima immediata osservazione riguarda il fatto che i lavori di Loggia, in ragione del loro carattere rituale, si svolgono simbolicamente in conformità armonica con i cicli naturali, e in particolare con il corso giornaliero del sole[4].

      L’esattezza della formula che stiamo considerando richiede però un esame più approfondito. In primo luogo, occorrerà chiedersi quale sia la ragione per cui i lavori massonici debbano - diremmo di necessità - aprirsi e chiudersi rispettivamente a mezzogiorno e a mezzanotte. A questo riguardo, la «chiave » interpretativa più adeguata ci pare contenuta in alcune note di René Guénon, il quale, trattando della corrispondenza analogica tra diverse «scale» di cicli cosmici, rilevava che «nella giornata, la metà ascendente è da mezzanotte a mezzogiorno, e la metà discendente da mezzogiorno a mezzanotte[5]; la mezzanotte corrisponde all’inverno e al nord, il mezzogiorno all’estate e al sud; il mattino corrisponde alla primavera e all’est (lato della nascita del sole), la sera all’autunno e all’ovest (lato del tramonto del sole). Così, le fasi del giorno, come quelle del mese, ma in scala ancora più ridotta, riproducono analogicamente quelle dell’anno; lo stesso vale, più in generale, per qualunque ciclo, che, indipendentemente dalla sua estensione, si divide sempre naturalmente secondo la stessa legge quaternaria. Secondo il simbolismo cristiano, la nascita dell’Avatâra ha luogo non solo al solstizio d’inverno, ma anche a mezzanotte; essa è quindi così in duplice corrispondenza con la “porta degli dèi” [...]»[6] [i corsivi sono nostri].

      In virtù di tali corrispondenze tra il ciclo annuale e quello giornaliero, non sarà allora infondato ritenere che, rispetto a quest’ultimo, il mezzogiorno e la mezzanotte rivestano un ruolo «solstiziale», analogo a quello che svolgono i due solstizi nel ciclo annuale[7]. [...]

Pietro Gori



note

  1. Basti pensare al ruolo che rivestono nel simbolismo massonico le nozioni di «virtù» e di «vizio», di là dal piano più immediato (e tuttavia legittimo) relativo alla «condotta morale». (Cfr. L.M., I tre guna e l’iniziazione, in «La Lettera G», n. 2, pp. 50-51).

  2. Il che può rischiare di condurre, in determinate circostanze, a «emendare» i rituali massonici di parti ritenute, con eccessiva disinvoltura, inutili in quanto oscure.

  3. Non si dovrebbe dimenticare che, secondo una formula anglosassone, la Massoneria lavora from immemorial time. Non è difficile intravedere come il «tempo immemorabile» al quale si fa riferimento nella frase citata non possa che alludere all’origine «intemporale» della Libera Muratoria. D’altra parte, a dispetto di ogni sorta di «pregiudizio storicistico», il fatto che non siano attestati documenti anteriori a una certa epoca non esclude, da un lato, che questi, se pure fossero esistiti, siano andati perduti, e, dall’altro, che la trasmissione orale rivestisse un ruolo assai più importante di quanto non avvenga oggi.

  4. Riguardo a tale carattere rituale, non sarà inutile ricordare che, secondo le parole di Guénon, «il termine sanscrito rita è apparentato, attraverso la sua stessa radice, al latino ordo, e non è neanche il caso di fare osservare che lo è ancor più strettamente al termine “rito”; etimologicamente il rito è quanto viene compiuto conformemente all’“ordine”, e che per conseguenza imita, o riproduce al suo livello, il processo stesso della manifestazione [...]». Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi, Milano 1982, cap. III, p. 32, nota 1.

  5. Queste due fasi complementari sono espressamente indicate nel rituale massonico con la formula «dal lavoro alla ricreazione e dalla ricreazione al lavoro». Ci pare interessante accostare tale aspetto della questione al fatto che Dante indichi come il «lavoro» di risalita della montagna del Purgatorio non possa essere effettuato durante la notte: «Ma vedi già come dichina il giorno, / e andar sù di notte non si puote; / però è buon pensar di bel soggiorno» (Purg., VII, 43-45). Nel corso della notte è invece possibile «far dimora» a quella che si potrebbe chiamare, in effetti, la «ricreazione», alla quale ci pare alludere Dante con le seguenti parole: «Allora il mio segnor, quasi ammirando, / “Menane”, disse, “dunque là ’ve dici / ch’aver si può diletto dimorando”» (Purg., VII, 61-63). La «ricreazione» sarebbe in tal senso riferibile al simbolismo della notte, cui accenneremo in seguito [N.d.A.].

  6. Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1975, «Le porte solstiziali», p. 204, nota 4.

  7. È nota l’importanza che assumono, in Massoneria, i due solstizi, segnatamente in relazione ai due san Giovanni. Al riguardo Guénon osservava che «la parola hanan, in ebraico, ha sia il senso di “benevolenza” e di “misericordia” sia quello di “lode” (ed è almeno strano constatare che, in francese, parole come grâce e merci hanno anch’esse lo stesso doppio significato); di conseguenza, il nome Johanan può significare “misericordia di Dio” e anche “lode a Dio”. Ora, è facile rendersi conto che il primo senso pare convenire in modo del tutto particolare a san Giovanni Battista e il secondo a san Giovanni Evangelista; si può dire del resto che la misericordia è evidentemente “discendente” e la lode “ascendente”, il che ci riconduce ancora al loro rapporto con le due metà del ciclo annuale» (Simboli della Scienza sacra, cit., «A proposito dei due san Giovanni», pp. 217-18). È perlomeno «singolare» che nella formula considerata sia impiegato il termine «grazia», accostabile naturalmente al francese grâce per via della comune etimologia (da gratus, affine al sanscrito gir, che ha il senso di «inno di lode»).




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