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Alcune riflessioni sul «grado di Compagno»

La Lettera G  n° 3, pp. 81-93

(Estratti)

      Se la via massonica venisse considerata, in conformità con quanto può suggerire a prima vista lo stesso «Quadro di Loggia del grado di Compagno», come una scala appositamente costruita per consentire a chi sappia servirsene di risalire dalle «tenebre» alla «luce», si capirebbe al volo che l’effettiva presenza di ogni gradino risulta determinante per riuscire nell’intento. In effetti, pur essendo vero che ogni «grado» massonico possiede una specifica diversità e una propria completezza, se anche uno solo di essi venisse a mancare - cioè non fosse affrontato nel modo dovuto - ne conseguirebbe un impedimento al prosieguo nel «percorso», poiché a ciascuno degli altri verrebbe a sua volta meno qualcosa, stante che nel loro complesso i vari «gradi» si integrano a vicenda.

      Non è dunque senza qualche stupore che constatiamo una certa tendenza a trattare i contenuti del «grado di Compagno» un po’ alla leggera, quasi lo si ritenesse un semplice riempitivo, una sorta di «intermezzo » che viene concesso in attesa di ciò che si giudica il vero «piatto forte». Lì per lì si potrebbe essere indotti a pensare che una tale propensione derivi dal fatto che le modalità configuranti l’«aumento di salario» non si dimostrano in grado di colpire l’immaginazione del soggetto con la stessa intensità con cui arrivano evidentemente a farlo sia l’«iniziazione» sia l’«elevazione». Ma, anche se questo rilievo in qualche modo non manca il bersaglio, conviene aggiungere senza indugio che esso, comunque, non basta a spiegare compiutamente l’atteggiamento mentale di cui si parla; tanto meno serve a giustificarlo.

      E non basta perché, a guardare con più attenzione, ci si accorge che questo atteggiamento prende le mosse, in realtà, da un difetto di criterio, che è poi quello di accontentarsi di giudicare le cose esclusivamente in base alle impressioni che esse possono destare nel proprio animo, invece di fare appello a più alte facoltà di discernimento. Chi si comporta in questo modo, in definitiva, non fa che dimostrare una pigrizia intellettuale a cui farebbe bene a reagire per tempo, prima che essa affondi talmente le sue radici da diventare una sorta di seconda natura. E a questo proposito ci sembra che il primo passo da compiere sia quello di tenere sempre a mente che nulla di quanto avviene in Loggia può essere visto come insignificante, dal momento che in essa ogni cosa deve necessariamente corrispondere a una ben precisa ragion d’essere.

      Ciò premesso, si può essere certi che gli insegnamenti non mancano affatto in «Camera di Compagno» e che, parimenti a qualsiasi altro «grado» massonico, l’unica vera difficoltà è quella di saperli trovare. Si badi bene però che, se in effetti si può parlare di difficoltà, quest’ultima va esclusivamente ricercata nei difetti della propria capacità di comprensione, poiché è in quelli che invero risiede tutto quanto per il momento si interpone a complicare le cose. In linea di massima, si può affermare che chi spera di vedersi offrire un aggregato di nozioni disposte in modo tale da potere essere «incamerate» in tutta comodità si inganna, poiché, a differenza dell’insegnamento «profano» a cui dimostra così di essere assuefatto, l’insegnamento iniziatico ed esoterico mira fondamentalmente a stimolare l’intuizione del soggetto, allo scopo di muoverlo a comprendere le cose in sé e da se stesso.

      Ciò nonostante, quantomeno di fronte a certi punti che sul momento possono apparire più o meno inesplicabili, come quello che fa riferimento ai cinque sensi dell’uomo, è tutto sommato comprensibile che il proprio impegno, soprattutto all’inizio, non sia sufficiente a risolvere in modo soddisfacente la questione e che, di conseguenza, persista un qualche disorientamento. Sarà pertanto opportuno trattare l’argomento, almeno quanto basta per indicare in quale direzione - a nostro modo di vedere - conviene indirizzare le proprie ricerche al fine di superare l’impasse.

      A tutta prima, va rilevato che l’insegnamento in questione, sollecitando il «Compagno» a studiare di persona i sensi esterni, intende in realtà avviarlo a occuparsi del suo «senso interno», senza di che, del resto, non avrebbe neppure la possibilità di intraprendere l’esame del modo di operare di quelli; e bisogna immediatamente aggiungere che ciò comporta, come inevitabile conseguenza, uno spostamento della propria attenzione dalla sfera esteriore a quella interiore. Solo in questo modo egli potrà divenire consapevole di quelle che sono le condizioni del suo attuale stato di coscienza, dal quale è chiamato ad affrancarsi. Imparerà a diffidare di sensazioni, giudizi e sentimenti che le diverse sollecitazioni esteriori possono risvegliare in lui, non appena sia riuscito a verificare in qualche occasione che possono benissimo risultare falsati da un qualche disturbo del suo attuale modo di essere, e così si occuperà di esercitare il controllo delle reazioni a cui potrebbe essere istintivamente portato. Per la qual cosa, chi, attraverso tale metodo, abbia poco a poco imparato a usare la «bilancia del farmacista», difficilmente si lascerà irretire da non importa cosa venga a cadere sotto i suoi sensi, come invece capita a coloro che, in mancanza di ciò, manifestano un comportamento volubile che li porta a essere un momento allegri e un altro tristi, ora amici e ora nemici, in una instabilità che è indice di uno stato confusionario e dispersivo dal quale deve assolutamente riuscire a liberarsi chi si trova a formare parte di una organizzazione iniziatica, i cui membri per giunta si riconoscono come «fratelli». Del resto, non è questo proprio ciò che si persegue quando viene richiesto al «Compagno» di imparare a «levigare» quella «pietra» da lui almeno virtualmente già «sgrossata» da «Apprendista», per ricavarne infine una «pietra cubica» che sia in grado «di inserirsi perfettamente nell’Edificio che i Massoni sono chiamati a costruire»?

      Ma se lo sforzo di concentrazione che l’insegnamento in questione cerca di mettere in moto, non può - come abbiamo accennato - non avere riflessi nella sfera dell’azione, è perché esso agisce nel profondo dell’animo opponendosi a ogni dispersione delle potenze dell’essere e, in tal modo, svolgendo un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’intelligenza. Ora, fintantoché quest’ultima venga esercitata esclusivamente nei confronti degli oggetti dei sensi, la conoscenza che ne deriva, fosse anche la più elevata, cioè quella razionale, non va comunque al di là delle forme e in nessun modo può raggiungere la sfera dei princìpi universali, come afferma lo stesso Aristotele. Per andare oltre il «sapere» distintivo occorre, dunque, sbarrare le porte dei sensi e ritrarre tutte le proprie potenze nella «camera segreta del cuore», vale a dire in quel punto simbolico che, per quello che si riferisce all’individuo, tutte le tradizioni, compresa quella greca, indicano essere la dimora dell’Intelligenza universale, dimora in cui essa risiede per un certo verso allo stato potenziale, come un germe o un grano. Quando, in seguito a un effettivo «spogliamento dei metalli», si giunga a trasferire la propria coscienza fino al «cuore» del proprio essere, allora si avrà come un germogliare di questo «grano» e si perverrà a stati di coscienza superiori a quello individuale, mercé l’attività diretta di quella Intelligenza, la quale è in definitiva l’unico vero e proprio Conoscitore di tutto il conoscibile. È siffatta conoscenza, la quale non può essere altro che intuitiva, che a buon diritto può dirsi intellettuale; e questo perché essa è propriamente «soprarazionale», sebbene ciò - con buona pace dei «sostenitori dell’irrazionale» - non vuole affatto dire che venga a contrapporsi in qualsivoglia maniera alla ragione, della quale, anzi, si serve ogni qualvolta essa si trova a dovere esprimere, nella misura in cui ciò sia possibile, quelli che sono i risultati della sua attività.

      Prima di passare ad altro, vogliamo ancora far notare, a parziale sostegno di queste ultime riflessioni, che quando il «Compagno» si mette all’«ordine» è proprio sul cuore che egli colloca «in forma d’artiglio» la sua mano destra. E che la «parola di passo» del «grado», massonicamente parlando, indica a un tempo un corso d’acqua e il grano, entrambi i quali, così collegati, vengono ritenuti emblemi di «abbondanza». A giudicare dal seguente commento relativo a una «istruzione» di fonte anglosassone, quest’«abbondanza» sembra proprio alludere a quell’«intuizione intellettuale» di cui poc’anzi si trattava: «Il Compagno è passato dalle tenebre alla luce; egli è ora, massonicamente, un uomo adulto. Dopo essere salito lungo una scala a chiocciola si trova ora in attesa di accedere alla Camera di Mezzo. Ma l’entrare in questo sacro luogo non vuol dire penetrare semplicemente in una stanza: l’accesso vero e proprio richiede che egli sia in grado di collegare mente e spirito alla ricerca della risoluzione del mistero che viene simboleggiato dalla lettera G. La Massoneria sembra ribadirlo decisamente: “Al punto in cui vi trovate - recita la lecture -, (ciò che vi occorre) è l’abbondanza per decifrare il mistero e conoscere tutto ciò che un uomo può conoscere del significato di questa lettera, che è un simbolo dell’Altissimo”. [...] Beato quel Compagno che, avendo imparato a pronunciare correttamente [la “parola di passo”], nel [passaggio delle acque] riesce a ricevere su di sé per davvero l’“abbondanza” [che gli consente l’accesso alla Camera di Mezzo]».

      Ora, così come il richiamo ai cinque sensi dell’uomo si risolve in un tacito rimando a superiori facoltà di cognizione, pure gli altri casi, che si riferiscono rispettivamente agli «Ordini architettonici», ai «Savi» e alle «Scienze e arti liberali», se intesi come altrettanti punti di partenza atti a orientare la propria ricerca, serviranno come supporto per elevarsi a quelle verità d’ordine superiore che, in effetti, ognuno di essi adombra. E se le cose stanno in questo modo non è certo a causa di qualche imperfezione del rituale ma semplicemente perché ciò è quanto si addice a un vero e proprio metodo d’insegnamento iniziatico; d’altronde, basta pensare al particolare modo di trasmissione della «parola sacra» in «primo grado», per accorgersi che già l’«Apprendista» viene ammonito in proposito, e piuttosto apertamente, fin dall’inizio. Perciò, in ottemperanza al precetto secondo il quale «per conoscere veramente le cose bisogna scoprirle da sé», ci asterremo qui da ulteriori precisazioni, contenendoci a segnalare soltanto che il numero dei dati che compongono ogni «elenco» non ha una particolare attinenza con tali questioni, ma si trova invece in rapporto con un altro insegnamento simbolico del «grado».

      Infatti, bisogna tener conto che ognuno dei tre «gradi» della Massoneria simbolica è contrassegnato da un numero peculiare che, indicando l’«età» simbolica propria del «grado», si rispecchia un po’ ovunque nei vari elementi che di questo fanno parte, e che, peraltro, deve essere inteso nel modo richiesto dalla scienza tradizionale dei numeri, cioè interpretato in senso analogico e simbolico. Nel caso del cinque, numero caratteristico della «Camera di Compagno», notiamo, seguendo Plutarco - ma senza scostarci affatto da quanto insegnano il modo di «bussare», la «batteria», i «passi» e il «toccamento» propri del «grado» -, che esso nasce dall’unione del due, primo numero pari o «femminile», con il tre, primo numero dispari o «maschile»; in questo modo non vi sono difficoltà a comprendere che esso rappresenta essenzialmente l’idea di armonia, dal momento che quest’ultima in effetti risulta dalla fusione degli opposti o, per meglio dire, da quelli che ci appaiono tali pur essendo in realtà complementari, e appunto per ciò il cinque era ritenuto dai Pitagorici un «numero nuziale». Ciò che viene rammentato per questa via al «Compagno» è, dunque, il compito di realizzare in se stesso l’unità, per cui egli dovrà combattere in sé l’insorgere di tutte quelle spinte disordinate e centrifughe che a essa si contrappongono; la quale unità va perseguita innanzi tutto al livello del pensiero, da dove, man mano, discenderà anche a quello dell’azione, poiché è evidente che è la qualità della mentalità a determinare il comportamento. In altri termini, egli viene esortato a portare a compimento lo sviluppo di tutte le potenzialità implicite nella natura umana al fine di essere in grado poi di accedere al mondo intellettuale, ed è anche e soprattutto mirando a questo sviluppo che il «Compagno» viene chiamato a inserirsi attivamente nell’opera collettiva della Loggia.

      In quale direzione, poi, egli debba muoversi per adempiere lo scopo così prefigurato è cosa che traspare dai «passi» di questo «grado»: in effetti, il percorso rituale del «Compagno» vuole che egli si sposti verso «Mezzogiorno» e, subito dopo, riprenda il suo asse originario, vale a dire quello equinoziale. Ora, nella corrispondenza analogica del ciclo diurno con quello annuale, il «Mezzogiorno» equivale al solstizio d’estate, cioè al segno zodiacale del Cancro che - rammentiamo - i Greci ponevano in relazione con la «porta degli uomini» e che nel simbolismo astrologico viene rappresentato da una figura che allude al germoglio in stato di semisviluppo, ciò che sta a indicare uno stato in qualche modo intermedio, il quale, nell’uomo, corrisponde precisamente all’ambito psichico o sottile. Il «Compagno» deve quindi occuparsi in questa fase del processo iniziatico di contrappesare la propria componente sottile senza mai perdere di vista che proprio qui, in definitiva, hanno origine le disarmonie; per cui, bisogna ritenere che la cosa migliore da fare sia quella di adoperarsi per sciogliere al più presto tali nodi e passare oltre, come del resto viene indicato dal procedere dei «passi» del «grado».

      Abbiamo accennato precedentemente a un certo rapporto che è possibile stabilire analogicamente tra i vari «gradi» della via iniziatica massonica e quelle che vengono considerate le età della vita umana: nel Convivio di Dante troviamo determinate osservazioni concernenti la «gioventù», o seconda «età», che, in effetti, calzano a pennello - a nostro modo di vedere - con il «grado di Compagno», per cui forse potrà essere di qualche profitto presentarne qui un breve riassunto. Dante sostiene che in questa «età» il compito fondamentale sia quello di ricercare la propria perfezione e, a questo proposito, ritiene necessario sviluppare cinque «virtù»: temperanza, fortezza, fratellanza, cortesia e lealtà; temperanza e fortezza per essere in grado di padroneggiare i propri appetiti disordinati; fratellanza, poiché conviene a chi è situato nel «mezzogiorno» della vita guardare «di retro e dinanzi» e amare i suoi maggiori, dai quali ha ricevuto dottrina, ma anche i suoi minori, verso i quali è tenuto a impartire i suoi benefici ammonimenti; cortesia, la quale conviene sviluppare «massimamente» in questo periodo, dal momento che se così non fosse la sua mancanza rappresenterebbe un ostacolo irreparabile per raggiungere poi la perfezione propria della terza «età»; lo stesso discorso vale per la lealtà - che vuol dire seguire e mettere in pratica quello che le leggi dicono -, poiché, se è vero che nell’«età» precedente i falli vengono considerati con una certa indulgenza, in quella successiva, ormai, non tanto di seguire la regola si tratta quanto di essere giusti. Tali sono, per Dante, le condizioni necessarie per accedere effettivamente a quell’altra perfezione che è attributo della «maturità» e per la quale si diviene capaci di illuminare gli altri.

      Ora, dato che nei «catechismi» di «secondo grado», alla domanda «Siete Compagno?» segue la dichiarazione: «Ho visto la Stella fiammeggiante», la quale, secondo un antico rituale, «è il simbolo del Massone risplendente di luce in mezzo alle tenebre», si potrebbe essere indotti a pensare che la funzione «illuminatrice» sia da attribuire al «Compagno», in contrasto con quanto prima riportato. Ma così non è, poiché quest’ultimo non è ancora l’«uomo rigenerato»: nel suo processo di rigenerazione il «Compagno» ha, sì, raggiunto un grado di sviluppo che lo ha portato - almeno virtualmente - ad avvicinarsi alla «Luce», cioè a vedere la «Stella fiammeggiante», ma ciò non vuol dire che egli si sia identificato con essa. Si noti che nell’«aumento di salario» la «Stella fiammeggiante» viene accesa soltanto dopo che l’«iniziando» ha concluso il suo quinto e ultimo «viaggio»; e, specie se si tiene conto che questi «viaggi» raffigurano un’ascesa lungo una scala a chiocciola, dove «colui che sale non vede il successivo gradino né conosce ciò che si nasconde dietro la svolta», bisogna per intanto concludere che, fino a quando non si sia raggiunta effettivamente la perfezione del «grado», la «Stella fiammeggiante» rimane impercettibile e che tale perfezionamento in qualche modo preannunzia, sia pure virtualmente, il «grado di Maestro».

      D’altra parte, è detto che il «fiammeggiare» della «Stella» allude «al risveglio del “fuoco” nell’iniziato» [...]

Franco Peregrino






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