|
|
Dottrina e metodo massonici
La Lettera G n° 3, pp. 3-21
(Estratti)
Che si possa parlare di «metodo massonico» potrà
apparire sin troppo ovvio, trattandosi di cosa
generalmente riconosciuta, almeno a prima vista.
Questo però non significa che, a tale diffuso riconoscimento,
corrisponda sempre una sufficiente comprensione
di ciò che una simile espressione comporta,
anche da parte di chi pur mostra di ammetterne
la rilevanza nella via massonica. Per non parlare
di coloro i quali, per una strana e contraddittoria
attitudine «dogmatica», giungono sino al punto di
disconoscerne l’esistenza, non accorgendosi che in
tal modo, anziché descrivere una presunta «lacuna»
dell’iniziazione massonica, non fanno altro che manifestare
i limiti del loro «orizzonte intellettuale».
Assai indicative, in questo senso, ci paiono le singolari
prese di posizione di Jean Reyor, il quale, nella
sua pretesa di portare a «compimento» l’opera di
René Guénon dopo la morte di quest’ultimo, affermava,
con sconcertante sicurezza, che la Massoneria
«non trasmette più alcun insegnamento dottrinale e
alcun metodo»[1]. Quel che ci interessa qui rilevare, al
di là delle singole individualità che se ne fanno sostenitrici,
è non solo la palese infondatezza di tale assunto,
come cercheremo di mostrare in queste pagine,
ma anche la sua pretesa di fondarsi sui dati
esposti da R. Guénon nella sua opera - quando in
realtà è vero esattamente il contrario -, tanto che si
potrebbe parlare in proposito di una grottesca e paradossale
forma di «Massoneria antimassonica». L’abisso
che separa le posizioni di Reyor rispetto a quanto
più volte ribadito da R. Guénon risulterà del resto
già evidente dal seguente brano di Considerazioni sull’iniziazione[2]:
«[...] le forme sensibili che sono in uso per
la trasmissione dell’iniziazione esteriore e simbolica [hanno]
- anche al di fuori della loro funzione essenziale
di supporto e veicolo dell’influenza spirituale - il
loro valore proprio in quanto mezzo d’insegnamento; a tal
riguardo, può esser rilevato (e ciò ci riconduce alla
connessione intima che c’è tra il simbolo e il rito)
che esse traducono i simboli fondamentali in gesti,
assumendo tale parola nel senso più ampio [...], e
che - in tal modo - esse fanno in certa qual maniera “vivere”
all’iniziato l’insegnamento che gli è proposto, che è il
modo più adeguato e il più generalmente applicabile di
preparargliene l’assimilazione, giacché tutte le manifestazioni
dell’individualità umana si traducono necessariamente,
nelle sue attuali condizioni di esistenza,
in modi diversi dell’attività vitale» [i corsivi
sono nostri]. Si noti che Guénon si riferisce qui ai soli
riti d’iniziazione, la cui natura intrinsecamente
«dottrinale», comune a ogni simbolo e a ogni rito,
basta però da sola a confutare le avventate affermazioni
di Reyor[3]. Avremo modo di tornare più avanti
sulle ragioni di ciò che stiamo dicendo.
Quanto alla «dottrina massonica», il ruolo che essa
riveste, e proprio in rapporto al «metodo», sembra
assai meno ovvio e riconosciuto, tanto da giungere
talvolta, ancor più spesso che nel caso del «metodo», all’aperta negazione che possa esistere qualcosa
cui tale espressione possa applicarsi. Noi
pensiamo che, se si avesse cura di sbarazzare il terreno
dai molteplici equivoci che su tale questione si
sono accumulati, non sempre per ragioni disinteressate,
non potrebbe non apparire evidente non solo
la possibilità di una «dottrina massonica», ma la
sua stessa necessità. Diremo di più: senza una dottrina
e un metodo, crediamo non si possa neppure parlare
di via iniziatica in generale, e di via massonica in
particolare. Occorre intendersi: se coloro che negano
l’esistenza di una simile dottrina volessero riferirsi,
nell’impiegare questo termine, alle sue accezioni
filosofiche o religiose, non avremmo nulla da
obiettare. Tuttavia, anche in tale ipotesi, si trascura
il fatto che ciò sottintende, per così dire, un errore
di prospettiva, poiché si considera dottrina solo ciò
che ricade in queste due categorie, entrambe limitate,
sebbene in misura e per ragioni molto diverse.
Vogliamo dire che si dimentica come, a fronte di
tali accezioni, evidentemente inadeguate al caso
dell’iniziazione massonica, ne esista un’altra del tutto
legittima e perfettamente adeguata, ossia quella
di «dottrina iniziatica».
René Guénon, nel riferirsi a coloro che, constatata
la presenza nella tradizione indù di diversi mârga
o «vie», credevano di poter concludere che non
vi fosse in essa alcuna dottrina, aveva occasione di
chiarire i termini della questione in un modo che, a
nostro parere, presenta un interesse diretto in rapporto
all’argomento che stiamo trattando. Nell’articolo
intitolato «Dottrina e metodo»[4], osservava che,
«[...] quando si parli di dottrina come noi stiamo facendo,
si incontra in qualcuno una totale incomprensione
di ciò di cui realmente si tratta [...]. Ora,
se tale incomprensione si produce, ciò accade perché
la maggior parte degli Occidentali attuali sono
incapaci di concepire una dottrina se non sotto l’una
o sotto l’altra di due forme particolari, del resto
di qualità estremamente disuguale, giacché l’una è
di tipo esclusivamente profano, mentre l’altra possiede
un carattere veramente tradizionale, ma tutte
e due specificamente occidentali: queste due forme
sono, la prima, quella di un sistema filosofico, e la seconda
quella di un dogma religioso». Ora, se i sistemi
filosofici, a causa del loro carattere di costruzione
individuale, e, per l’appunto, sistematica, non essendo
in quanto tali ricollegati ad alcun principio di
ordine trascendente, sono del tutto inadeguati a
esprimere le verità tradizionali, i dogmi religiosi non
sono applicabili se non alla religione intesa in senso
proprio, e la loro estensione ad ambiti che a essa non
competono non può che essere del tutto abusiva.
D’altra parte, poco più avanti rispetto al brano citato,
lo stesso Guénon aveva cura di sottolineare che,
«per adattarsi alle sue particolari condizioni mentali,
la tradizione doveva [in Occidente] necessariamente
assumervi questo aspetto specifico, almeno per
quanto concerne la sua parte exoterica. Quest’ultima restrizione
è indispensabile, perché dev’essere ben chiaro che, neppure
in Occidente, di dogma non si è mai potuto trattare in
campo esoterico e iniziatico»[5] [i corsivi sono nostri].
Ci pare lampante come l’ultima frase calzi a pennello
al caso dell’iniziazione massonica, la quale, a
meno di un partito preso o di incurabile «cecità
intellettuale», si ammetterà che rientri nel campo
«esoterico e iniziatico»[6]. Del resto, se si pone mente
al significato delle parole, si vedrà come «dottrina»
(dal latino doctrina, derivato di docere, «insegnare»)
significhi semplicemente «insegnamento». Ora, che
nei simboli e nei riti massonici sia presente un insegnamento
- per l’esattezza, un insegnamento iniziatico
- ci sembra incontestabile, benché sia opportuno
precisare quale sia la natura di tale insegnamento;
e, da quanto detto sinora, non sarà difficile vedere
come esso debba di necessità presentare caratteri
profondamente diversi rispetto a quelli di un qualsiasi
insegnamento che proceda da un punto di vista
profano, filosofico o d’altro genere, o anche da un
punto di vista exoterico[7].
Senza tentare di fornirne una definizione in senso
proprio, il che sarebbe contraddittorio, si può notare
che «l’uso costante del simbolismo nella trasmissione
di questo insegnamento può già bastare
per fare intravedere che le cose stanno così quando
si ammetta, com’è semplicemente logico fare senza
neppure andare più a fondo nella questione, che un
modo di espressione del tutto differente dal linguaggio
comune deve essere fatto per esprimere idee
anch’esse diverse da quelle che esprime quest’ultimo,
e concezioni che non si lasciano tradurre integralmente
da parole, concezioni per le quali occorre
un linguaggio meno circoscritto, più universale, in
quanto sono anch’esse di un genere più universale»[8].
Se, come recita una formula «scozzese», «i simboli
velano e insegnano le più profonde verità», ciò non
potrà avvenire, allora, in conseguenza di una qualunque
«convenzione», più o meno remota, bensì in
virtù dell’origine «non-umana» - o, il che è lo stesso,
sovrarazionale - dei simboli stessi[9]. È in fondo questo,
in sintesi, il motivo per cui il simbolo, «a chi riuscirà
a penetrare il suo significato profondo, potrà
far concepire incomparabilmente di più di tutto quel
che è possibile esprimere direttamente; è per questa
ragione che esso è il solo mezzo adatto a trasmettere - per
quanto si possa - tutto quell’inesprimibile che costituisce
l’ambito vero e proprio dell’iniziazione, o meglio, per parlare
più rigorosamente, a deporre le concezioni di quest’ordine,
in germe, nell’intelletto dell’iniziato, il quale dovrà poi
farle passare dalla potenza all’atto, e svilupparle ed elaborarle
con il suo lavoro personale, giacché nessuno può
fare null’altro che non sia prepararlo a tale lavoro,
tracciando per lui, con formule appropriate, il piano
che competerà a lui di realizzare in se stesso per
giungere al possesso effettivo di quell’iniziazione che
dall’esterno ha ricevuto solo virtualmente»[10] [i corsivi sono nostri].
Dovrebbero risultare sufficientemente chiare, a
questo punto, la natura e la ragion d’essere del simbolismo
e, con ciò, il carattere dell’insegnamento
iniziatico, o della dottrina, da esso veicolato. Va da sé
che, prima che ci si possa applicare a comprendere
tale insegnamento mediante il proprio lavoro personale,
occorrerà in primo luogo accedervi[11], e la
condizione affinché questo avvenga non potrà che
essere costituita dal «ricollegamento», attraverso
l’iniziazione, a quello stesso «archetipo» («là ’ve s’appunta
ogne ubi e ogne quando»[12], per dirla con Dante),
dal quale i simboli, ma in realtà ogni cosa manifestata,
traggono la loro ragion d’essere[13]. Se quella
del ricollegamento iniziatico è la condizione necessaria
per accedere all’insegnamento corrispondente,
essa non è però sufficiente ai fini della sua assimilazione.
In effetti, affinché l’iniziazione ottenuta, da
virtuale che era all’inizio, possa divenire più o meno
completamente effettiva - il che coincide con un grado
più o meno effettivo di comprensione della dottrina
iniziatica -, occorrerà acquisire, gradualmente
e metodicamente, una «nuova disposizione interiore» tale da consentire un reale «adeguamento» rispetto
ai suoi contenuti, ciò che presuppone necessariamente
un mutamento di prospettiva, ossia l’abbandono
del punto di vista «esteriore» o profano a
beneficio di quello «interiore» o iniziatico[14]. Tale mutamento
di mentalità dovrà abbracciare l’intero orizzonte dell’individualità[15], e questo proprio perché,
«se le concezioni iniziatiche sono essenzialmente diverse
dalle concezioni profane, è per il fatto che procedono
innanzi tutto da una mentalità diversa da
quella da cui discendono queste ultime, dalle quali
differiscono più per il punto di vista dal quale prendono
in considerazione il loro oggetto che dall’oggetto
esaminato [...]. È di conseguenza facile ammettere
che, da un lato, tutto quel che può essere preso in considerazione
dal punto di vista profano può esserlo anche - ma
allora in modo totalmente diverso e con un’altra comprensione
- dal punto di vista iniziatico (giacché, come spesso
abbiamo detto, in realtà non esiste una sfera profana
alla quale per loro natura propria appartengano
certe cose, ma solo un punto di vista profano, punto
di vista che in fondo non è che un modo illegittimo
e deviato di vedere le cose), mentre, da un altro lato, ci
sono cose che sfuggono totalmente a ogni punto di vista profano
e sono esclusivamente proprie al solo ambito iniziatico»[16] [i corsivi sono nostri].
Da quanto detto sinora apparirà di tutta evidenza
la superficialità di coloro che affermano «dogmaticamente» l’inesistenza di una dottrina massonica.
D’altronde, se si riflette sul fatto che tale dottrina
non impiega una forma discorsiva, sarà facile vedere
come questa caratteristica consenta di evitare la
falsa sicurezza che deriverebbe da un accumulo mnemonico
di dati, sia pure di origine tradizionale, e come
essa possa in tal modo preservare, se ben applicata,
da qualunque forma di «fanatismo». Quanto
diciamo non è naturalmente in contraddizione
con l’esistenza, nella tradizione muratoria, di testi
scritti, quali catechismi, lectures, devoirs, «poemi» o altro;
si tratta ovviamente, anche in questi casi, di simboli
espressi in forma verbale, e che come tali andranno
considerati. Certo è però che, anche qui, occorrerà
saper andare oltre la «lettera», non arrestandosi
alle apparenze, morali o di altro genere, che
testi come quelli cui stiamo alludendo possono presentare.
Non si dovrebbe dimenticare, in effetti, che
tra i loro scopi non potrà non esservi quello di fornire
un ausilio teso a favorire il risveglio della facoltà
intuitiva - e, con ciò stesso, la possibilità di comprendere
il loro significato profondo - in chi abbia
intrapreso la via massonica.
Se si è prestata sufficiente attenzione ai vari aspetti
della questione che stiamo esaminando, dovrebbe
essere ormai chiaro come la dottrina massonica,
fondata sui simboli, comporti di necessità anche un
metodo[17] adeguato e corrispondente, tale da favorire
- beninteso in maniera niente affatto «automatica» e passiva, bensì in virtù del lavoro interiore,
essenzialmente attivo, di ciascuno[18] - il passaggio
dall’«esterno» all’«interno», o, in altre parole, dall’iniziazione
virtuale a quella effettiva. Ciò implica
come conseguenza che tutto ciò che attiene al metodo
massonico dovrà necessariamente essere teso a
facilitare nell’iniziato lo sviluppo di tale attitudine attiva.
E questo dovrà avvenire, in particolare, nel corso
del «lavoro collettivo», il quale potrà essere di
grande aiuto nel prendere coscienza dei propri difetti
individuali, in quanto tali puramente «negativi», aprendo così la possibilità per una loro «rettificazione». D’altra parte, i metodi di realizzazione
- poiché di questo si tratta - appartengono «al campo
delle applicazioni “tecniche” a cui la dottrina dà
luogo, le quali sono anch’esse tradizionali, e ciò perché
- precisamente - sono fondate sulla dottrina e ordinate
in vista di essa, dal momento che quello a cui tendono
sempre, in definitiva, è il conseguimento della pura Conoscenza»[19] [i corsivi sono nostri]. [...]
Pietro Gori
note
1. J. Reyor, À la suite de René Guénon... Sur la route des Maîtres
Maçons, Éditions Traditionnelles, Paris 1989, p. 59.
2. «Sull’insegnamento iniziatico», Luni Editrice, Milano
1996, p. 246.
3. La mentalità soggiacente a tali prese di posizione ci pare
in fondo del tutto affine, a dispetto di certe apparenze, a
quella che si situa all’origine stessa della Massoneria moderna o «speculativa» a opera, a quanto sembra, di Anderson
e Desaguliers, i quali, come afferma R. Guénon, «fecero
sparire tutti gli antichi documenti su cui poterono mettere
le mani, affinché non ci si accorgesse delle innovazioni che
introducevano [...]. Tuttavia, essi lasciarono sussistere il simbolismo,
senza sospettare che questo, per chiunque lo comprendesse,
testimoniava contro di loro altrettanto eloquentemente quanto i testi
scritti, che d’altronde non erano riusciti a distruggere tutti»
[i corsivi sono nostri]. Études sur la Franc-Maçonnerie et le
Compagnonnage, «À propos des signes corporatifs et de leur
sens originel», Éditions Traditionnelles, Paris 1992, tomo II,
pp. 72-73.
4. Iniziazione e realizzazione spirituale, Luni, Milano 1997, cap.
XVII, pp. 111-12.
5. Ibid., p. 112. Si veda anche «Parola perduta e parole sostituite», in questo stesso numero, in particolare p. 29.
6. Se rimarchiamo questo punto è perché da parte di certi
«autori», per ragioni diverse ma in fondo convergenti, si è
voluto porre in dubbio la validità dell’iniziazione muratoria,
o comunque limitarne il più possibile la portata, subordinandola
magari a una determinata «pratica exoterica», per
una stupefacente attitudine a «mettere il carro davanti ai
buoi».
7. Non sarà inutile rilevare che, dal punto di vista iniziatico
- e benché non vadano trascurate le rispettive differenze -, entrambi questi punti di vista sono da considerarsi «profani», per quanto il secondo, ossia quello religioso, in virtù
della sua origine tradizionale possa essere suscettibile, in
determinate condizioni (la prima delle quali sarà costituita
da una sufficiente «apertura» che ne impedisca la cristallizzazione
in un esclusivismo senza sbocchi), di una trasposizione
che consenta di ricondurre i suoi contenuti al
punto di vista iniziatico. È chiaro però che tale trasposizione
potrà essere effettuata solo da chi sia in grado di porsi validamente
da tale prospettiva, cosa del tutto impossibile per
chi circoscriva il proprio «orizzonte intellettuale» al solo ambito
exoterico. D’altra parte, una forma religiosa che negasse
ostinatamente ciò che la supera - ossia il dominio iniziatico,
sul quale non può avere del resto alcuna «giurisdizione» -, dubitiamo che sia in grado di mantenere la sua
stessa, relativa validità. Possiamo qui ricordare, a questo riguardo,
le violente invettive di Dante contro i rappresentanti
della Chiesa cattolica dell’epoca, il cui punto di vista,
a quanto pare già in larga misura esclusivamente esteriore,
era tale da «pietrificare» coloro che vi soggiacessero. Ci limitiamo
ad accennare, in questo senso, alla figura di Medusa
nell’Inferno dantesco, laddove le tre furie gridano a gran
voce «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto» (Inf., IX, 52), mentre
Virgilio ha cura di preservare il suo discepolo da tale vista
«letale».
8. R. Guénon, Considerazioni, «Sull’insegnamento iniziatico», cit., p. 243.
9. Se così non fosse, che senso avrebbe il servirsi di un simbolismo
più o meno astruso? Come potrebbero, tali «profonde
verità», andare più in là di ciò che sarebbe possibile
esprimere compiutamente a parole? In tali condizioni, non
si sarebbe di fronte a una sorta di «superstizione»? E non sarebbe
più logico, a questo punto, abolire simboli e riti, come
qualcuno in effetti ha proposto? Va da sé che un simile
modo di vedere presupporrebbe una totale ignoranza nei riguardi
della natura del simbolismo, e - aggiungiamo -, della
natura di ogni essere in generale, giacché si farebbe di
quest’ultimo un «sistema chiuso», il che, a rigore, non
consentirebbe più nemmeno di parlare di un «essere».
10. R. Guénon, Considerazioni, «Sull’insegnamento iniziatico», cit., pp. 244-45.
11. Quel che diciamo potrà sembrare anche troppo evidente;
se però vi insistiamo è perché qualcuno potrebbe illudersi,
data l’ampia disponibilità di opere di argomento
massonico, e scambiando tale insegnamento per una filosofia
di un genere un po’ speciale, che esso sia accessibile in
maniera «libresca», quando in realtà, in questo modo tutto
esteriore, si avrà a che fare, anziché con simboli veri e propri,
soltanto con vuoti simulacri. Del resto, proprio sulla base
di un simile approccio - che non può che essere per definizione
«profano» -, molti detrattori della massoneria hanno
creduto di poter formulare «giudizi» su di essa, quanto
fondati è facile immaginarlo.
12. Par., XXIX, 12.
13. Ciò che implica, per inciso, che l’intera manifestazione
costituisca un simbolo essa stessa. E, dato il simbolismo «costruttivo» proprio all’iniziazione massonica, essa sarà considerata
in quanto costruzione, con tutte le conseguenze
«metodiche» che questo comporta, la prima delle quali, a
causa della corrispondenza analogica che intercorre tra
«Macrocosmo» e «Microcosmo», sarà che l’iniziato verrà
considerato da tale punto di vista, cosicché lo scopo sarà quello di realizzare in se stessi, conformemente alle proprie
possibilità, il «Piano del Grande Architetto dell’Universo»,
collocando al posto che compete loro, come in un armonioso
edificio, tutte le proprie facoltà dapprima «disperse».
È bene precisare, tuttavia, che l’iniziazione non può avere lo
scopo di «attribuire» all’iniziato possibilità che prima non
possedeva, cosa assurda, quanto piuttosto di consentirgli di
prendere coscienza di ciò che è, in modo permanente e assoluto,
in conformità al motto «conosci te stesso». Si potrebbe
dire che, con l’iniziazione, gli è aperta la via per far passare
le sue potenzialità dalla «potenza» all’«atto».
14. Pensiamo che la «disposizione» in questione possa essere
favorita da uno sforzo costante rivolto a vedere la propria
«vita massonica» non come parte più o meno inusuale
della «vita ordinaria», ma a considerare invece tutti gli aspetti
della propria esistenza come facenti parte della «vita massonica». Del resto, se si pon mente al fatto che i lavori in «Camera
di Mezzo» non sono mai «chiusi», non sarà difficile
comprendere come, in virtù della posizione centrale da essa
occupata nello stato umano che è il nostro, nulla di quest’ultimo
possa esserle esteriore, e come l’intero arco della
nostra esistenza sia in realtà essenzialmente compreso in
quel «luogo illuminatissimo e regolarissimo».
15. Si veda a tale riguardo L.M., «Cambiare mentalità», in
La Lettera G, n. 1, Equinozio d’Autunno 2004.
16. Considerazioni, «Sull’insegnamento iniziatico», cit., pp. 243-44.
17. Vale la pena di ricordare che il termine «metodo» deriva
dal greco méthodos, composto di méta, che indica superamento,
e hodós, «via», quindi «cammino che porta avanti,
oltre»; si può quindi intravedere come il «metodo massonico» coincida in fondo con la stessa «via massonica».
18. Non vogliamo minimamente nascondere le difficoltà
di un simile lavoro, tale da far «tremar le vene e i polsi», secondo
l’espressione dantesca (Inf., I, 90). Ma ci si illuderebbe nel
modo più strano se si pensasse di poterlo compendiare in
una qualche semplicistica «formula», discettando magari
sull’«insufficienza» dei mezzi che sono tuttora a disposizione
di chi abbia avuto accesso all’iniziazione massonica - il che,
il più delle volte, non è altro che il pretesto inconsapevole
per non intraprendere un’opera che si avverte come volta al
superamento, inevitabilmente penoso, dei propri attaccamenti
individuali.
19. R. Guénon, Iniziazione e realizzazione, «Dottrina e metodo», cit., p. 110. Per prevenire un possibile equivoco, è bene
ricordare che il «conseguimento della pura Conoscenza» è
il fine ultimo dell’iniziazione in quanto tale, sia essa relativa
all’ambito dei «piccoli misteri» sia a quello dei «grandi misteri». Nel primo caso, data la natura di coloro che sono qualificati
per intraprendere una simile via, sarà necessario un
più lungo lavoro preparatorio, che potrà essere invece ridotto
all’essenziale nel secondo. Ma, una volta pervenuti in
maniera effettiva nella «Camera di Mezzo», non potrà che
scomparire ogni distinzione, e si potrà parlare unicamente
della «Via». Si confronti ciò che stiamo dicendo col seguente
passo della Divina Commedia, riferito al momento in cui Dante
sta per giungere alla sommità della montagna del Purgatorio,
che rappresenta il termine dei «piccoli misteri», e Virgilio
gli si rivolge con queste parole: «Tratto t’ho qui con ingegno
e con arte; / lo tuo piacere omai prendi per duce; / fuor se’ de l’erte
vie, fuor se’ de l’arte» (Purg., XXVII, 130-32).
|
|