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Il linguaggio del silenzio

La Lettera G  n° 2, pp. 3-18

(Estratti)

      Nel primo numero de La Lettera G si è rimarcato come la cosiddetta «virtualità» dell’iniziazione massonica, lungi dal rappresentare una caratteristica della Massoneria in quanto tale, consista semplicemente nello stato in cui ciascun singolo iniziato si trova naturalmente al principio del proprio percorso, cioè prima di aver abbandonato le abitudini mentali e i pregiudizi che costituiscono la sua mentalità profana[1].

      Ora, è normale che tale prospettiva, contrastando la diffusa tendenza a sminuire le possibilità di sviluppo intellettuale che si aprono qui e ora a chi abbia accesso all’iniziazione muratoria, susciti, in chi la faccia propria, la necessità di un profondo riesame del patrimonio rituale e simbolico di cui la Massoneria è custode, patrimonio troppo spesso trascurato anche da chi lamenta la carenza di «strumenti operativi» nei lavori di Loggia. Prima di procedere in un lavoro così impegnativo, però, è necessario che i presupposti di tale riesame siano messi a fuoco, poiché è spesso dall’incomprensione delle basi su cui si fonda un punto di vista che si sviluppano i fraintendimenti più inestricabili. Cosa sono i simboli e i riti? Perché il linguaggio simbolico è stato utilizzato nei più diversi tempi e luoghi per la trasmissione dell’insegnamento iniziatico? E, infine, quale ruolo possono svolgere i simboli nel passaggio all’iniziazione effettiva? Senza avere la pretesa di trattare in modo esaustivo una materia che potrebbe essere sviluppata quasi indefinitamente, ci accontenteremo di trarre qualche risposta a tali quesiti dall’opera di René Guénon, ove questi temi sono ampiamente toccati, augurandoci che questa breve sintesi possa spingere qualche lettore a ulteriori riflessioni su argomenti che sono, o forse dovrebbero essere, al centro dell’interesse dei Massoni.

      In primo luogo è necessario chiarire che la distinzione tra simbolo e rito non ha, dal punto di vista operativo da cui ci poniamo, alcun valore essenziale, rappresentando semplicemente una differenza formale tra elementi caratterizzati dalla medesima funzione. Per comprendere appieno la portata di una tale affermazione si deve però aver cura di definire in modo sufficientemente preciso il termine «simbolo»: secondo la sua etimologia, il simbolo è ciò che permette di «collegare» (letteralmente «gettare insieme»: sum-balleîn) la rappresentazione di un elemento sensibile alla concezione di una realtà differente, materiale o astratta. Dunque la stessa scrittura, in quanto composta da segni utilizzati per comunicare idee, dovrebbe rientrare nella definizione di simbolo: ciò è particolarmente evidente nelle lingue che utilizzano ideogrammi, come il cinese, ma, allorché se ne consideri la funzione, è possibile reputare ogni forma di linguaggio scritto come simbolica, poiché composta da elementi destinati a collegare una certa rappresentazione grafica a una realtà differente, oggetto della comunicazione. Ma, ancora, se consideriamo come caratteristica del simbolo la capacità di rimandare ad altro da sé attraverso l’uso di elementi sensibili, non solo il linguaggio scritto, ma anche quello verbale o gestuale possono essere considerati simboli, a patto che abbiano un’effettiva capacità di trasferire un significato che alluda ad altro rispetto alla forma materiale che rivestono: e con ciò lo stesso rito, in quanto composto da parole, gesti, figure, e veicolante un significato che si colloca senz’altro oltre la sua mera apparenza, partecipa del linguaggio simbolico al medesimo titolo del simbolo correntemente inteso.

      Giunti a questo punto dobbiamo riconsiderare un aspetto fondamentale della definizione che abbiamo inizialmente adottato: tale definizione infatti, corrispondente al senso corrente della parola, considera il simbolo come un qualunque elemento sensibile in grado di trasferire un significato che rimandi ad altro da sé, cosicché è normale che, alla luce di essa, si considerino come «simboli» le più disparate e arbitrarie produzioni della fantasia, basandosi sull’idea che i simboli stessi abbiano un carattere «convenzionale»: per cui sarebbe sufficiente che una collettività più o meno estesa si accordasse per considerare un determinato segno come un «simbolo», per far sì che esso lo divenga a tutti gli effetti. È questa del resto l’idea che non pochi si fanno degli stessi simboli massonici, che sarebbero stati concepiti grazie alla fertile immaginazione allegorica di alcuni nostri antenati, e che è meritorio lasciare immutati per non perdere il collegamento «ideale» con chi ci ha preceduto. È chiaro che, se si accetta una visione siffatta dei simboli e dei riti massonici, non manca che un passo per decidere di modificarli e adattarli al «gusto dei tempi», giacché tutto risulta in tal modo ricondotto a una disputa in cui gli argomenti di carattere intellettuale lasciano il posto a considerazioni di carattere «sentimentale», strettamente dipendenti dalle diverse «sensibilità» in gioco.

      Tale idea – che i simboli siano creazioni dell’«immaginazione collettiva» – è quanto di più distante si possa concepire dal punto di vista tradizionale espresso da René Guénon: «il vero fondamento del simbolismo è [...] la corrispondenza che esiste tra tutti gli ordini di realtà, corrispondenza che li ricollega l’uno all’altro e si estende, di conseguenza, dall’ordine naturale preso nel suo insieme, allo stesso ordine sovrannaturale; in virtù di questa corrispondenza, l’intera natura non è altro che un simbolo, vale a dire che essa riceve il suo significato vero soltanto se la si considera un supporto per elevarsi alla conoscenza delle verità sovrannaturali, o “metafisiche” nel senso proprio ed etimologico della parola, e questa è precisamente la funzione essenziale del simbolismo, così com’è anche la ragion d’essere profonda di ogni scienza tradizionale»[2].

      Un corollario di tale concezione è che, se la funzione del simbolo è quella di permettere l’elevazione dalle realtà sensibili a quelle sovrasensibili, solo ciò che è inferiore può essere preso come simbolo di ciò che è superiore, e mai il contrario: il «collegamento» che i simboli rendono possibile – secondo l’etimologia che abbiamo sopra considerato – è dunque il legame che unisce tra loro i diversi livelli dell'Esistenza universale, e il ruolo che ricopre il linguaggio simbolico nel lavoro iniziatico è, in primo luogo, quello di fornire un punto di appoggio sensibile per favorire la concezione intellettuale delle realtà di ordine superiore, permettendo di conoscere ciò che è più distante tramite l’ausilio di ciò che è più vicino. Ciò sarebbe naturalmente irrealizzabile se il fondamento del linguaggio simbolico fosse una qualche convenzione artificiale di origine puramente umana: e difatti lo stesso René Guénon pone la questione in questi termini: «se si constata che il simbolismo trova il suo fondamento nella natura stessa degli esseri e delle cose, che esso è in perfetta conformità con le leggi di questa natura, e se si riflette che le leggi naturali non sono, in fondo, che un’espressione e come un’esteriorizzazione della Volontà divina, tutto ciò non autorizza forse ad affermare che il simbolismo è di origine “non umana”, come dicono gli Indù, o, in altri termini, che il suo principio risale più lontano e più in alto dell’umanità?»[3].

      L’idea di un simbolismo di origine «non umana» è certamente estranea al pensiero corrente, e tuttavia solo sulla base di tale concezione tradizionale è possibile fornire una spiegazione logica al rispetto che le organizzazioni iniziatiche di ogni tempo e di ogni luogo hanno tributato ai simboli e ai riti da esse trasmessi, rispetto che sarebbe veramente troppo riduttivo voler spiegare come spia dell’attaccamento sentimentale ai propri predecessori, o con spiegazioni «sociologiche» di analogo livello. In realtà l’uso costante del simbolismo nella trasmissione dell’insegnamento iniziatico ha come ragione principale la sua qualità di linguaggio universale, aperto a concezioni che superano quanto può essere veicolato dal linguaggio comune: «ogni simbolo è capace di interpretazioni multiple, che non entrano minimamente in conflitto tra di loro, ma si completano al contrario le une con le altre, e sono tutte ugualmente vere quantunque discendano da punti di vista differenti; e se le cose così stanno, è evidentemente perché il simbolo è meno l’espressione di un’idea precisamente definita e delimitata [...] di quanto non sia la rappresentazione sintetica e schematica di tutto un insieme di idee e concezioni che ciascuno potrà afferrare secondo le sue proprie attitudini intellettuali e nella misura in cui sia preparato alla loro comprensione. Di conseguenza, il simbolo, a chi riuscirà a penetrare il suo significato profondo, potrà far concepire incomparabilmente di più di tutto quel che è possibile esprimere direttamente; è per questa ragione che esso è il solo mezzo adatto a trasmettere – per quanto si possa – tutto quell’inesprimibile che costituisce l’ambito vero e proprio dell’iniziazione, o meglio, per parlare più rigorosamente, a deporre le concezioni di quest’ordine, in germe, nell’intelletto dell’iniziato, il quale dovrà poi farle passare dalla potenza all’atto, e svilupparle ed elaborarle con il suo lavoro personale, giacché nessuno può fare null’altro che non sia prepararlo a tale lavoro, tracciando per lui, con formule appropriate, il piano che competerà a lui di realizzare in se stesso per giungere al possesso effettivo di quell’iniziazione che dall’esterno ha ricevuto solo virtualmente»[4].

      È questo il motivo per cui il simbolismo, grazie alla sua capacità di agevolare la concezione di ciò che è inesprimibile per sua stessa natura, può essere chiamato il linguaggio del silenzio: un silenzio che, similmente al segreto massonico, non è tale in virtù di una qualche circostanza di carattere esteriore, ma in ragione dell’essenza stessa del mistero cui si riferisce. Come ancora chiarisce René Guénon, «il mistero è propriamente l’inesprimibile, che si può solo contemplare in silenzio [...]; e poiché l’inesprimibile è nello stesso tempo e con ciò stesso l’incomunicabile, la proibizione di rivelare l’insegnamento sacro simboleggia, da questo punto di vista, l’impossibilità di esprimere con parole il vero mistero, del quale tale insegnamento è per così dire soltanto il rivestimento, che lo manifesta e lo vela nello stesso tempo. L’insegnamento che riguarda l’inesprimibile può evidentemente soltanto suggerirlo per mezzo di immagini appropriate, le quali saranno per così dire i supporti della contemplazione; [...] ciò equivale a dire che un insegnamento simile assume necessariamente la forma simbolica»[5].

      Ma per comprendere come il lavoro sui simboli possa fungere, in determinate condizioni, da strumento per realizzare l’iniziazione effettiva[6] è ora necessario precisare meglio la natura della «comunicazione» che i simboli stessi permettono di stabilire con i mondi sovrasensibili, chiarendo la distinzione che è opportuno stabilire tra l’accezione iniziatica di tale concezione e ciò che di analogo si può rinvenire nel dominio religioso: non si tratta, per il Massone e più in generale per l’iniziato, di ricercare passivamente la discesa di una «grazia» da questi mondi, similmente a quanto accade nell’ambito della religione, bensì di ottenere la realizzazione effettiva delle possibilità che questi stessi mondi comportano, realizzazione resa possibile dal fatto che l’essere che si manifesta come individuo umano ha, in sé, le possibilità di tutti gli altri stati, compresi quelli che in linguaggio religioso vengono chiamati «angelici», e che consistono negli stati sovraindividuali dell’essere. Si può dunque affermare che la realizzazione di tali stati è ottenibile da ciascun iniziato attraverso la «conoscenza di se stesso», a patto di avere ben chiaro che tale conoscenza non riguarda «se stesso» in quanto individuo umano, ma in quanto essere totale di cui la manifestazione umana non è che una modificazione transitoria e contingente[7].

      Se, nelle righe che precedono, abbiamo assimilato la conoscenza alla realizzazione, è perché ciò costituisce la base su cui si fonda ogni autentica forma di esoterismo, base senza comprendere la quale non è possibile liberarsi dai limiti in cui le filosofie moderne rinchiudono lo spirito umano, considerando l’individuo come un «sistema chiuso», circoscritto e autosufficiente. Notiamo per inciso che, sebbene l’assimilazione di conoscenza e realizzazione sia presente nella storia del pensiero occidentale fin dalla filosofia greca, le prospettive che essa apre al di là di un ambito puramente teorico sono rimaste per secoli pressoché sconosciute all’Occidente: talché, più che stupirsi dello stato di «virtualità» che alcuni attribuiscono alla stessa iniziazione massonica, dovremmo meravigliarci di come, in un contesto così estraneo al mantenimento della mentalità iniziatica, la Massoneria abbia saputo preservare essenzialmente intatto il deposito rituale e simbolico che essa custodisce. Quando parliamo di «conoscenza» come unico mezzo per la realizzazione degli stati superiori dell’essere, non ci riferiamo all’uso di una qualunque facoltà di ordine individuale, fosse anche la più elevata tra di esse, ovvero la ragione: ciò che rende possibile la conoscenza metafisica è la presenza, nell’essere che si manifesta come uomo, di una facoltà di ordine propriamente sovraindividuale, l’intelletto puro, grazie al quale si può attuare la comunicazione cosciente con gli stati superiori e la loro realizzazione effettiva. Ora, tale facoltà di natura intuitiva e sintetica, e di origine «non umana» come tutto ciò che attiene al dominio sovraindividuale, non può essere risvegliata e sviluppata attraverso sollecitazioni di carattere analitico e mediato provenienti dalla ragione, o, più in generale, da facoltà individuali: è necessario che essa venga posta a contatto con ciò che, condividendone l’aspetto «non-umano», porti in sé un’influenza atta a risvegliarla direttamente, ovvero i simboli iniziatici[8].

      Che poi tale facoltà sia effettivamente risvegliata e sviluppata non dipende dall’efficacia del linguaggio simbolico di per sé considerato, quanto piuttosto dalla disposizione interiore con la quale l’iniziato partecipa ai lavori, ovvero dal suo grado di sviluppo delle facoltà di concentrazione e sintesi necessarie per una reale assimilazione del simbolismo massonico: in definitiva sono dunque l’attitudine e le proprie qualificazioni che possono permettere all’iniziato virtuale di uscire dal circolo vizioso in cui un non corretto approccio lo relega, perlomeno finché non si renda cosciente della possibilità di uscire dalla situazione di stallo in cui è collocato. Da un punto di vista più profondo, del resto, l’intelletto puro è non solo comune a tutti gli uomini, ma è letteralmente il medesimo in tutti gli esseri, essendo trascendente ogni limitazione di carattere individuale e assolutamente inalterato a fronte delle modificazioni della coscienza, e dunque la «virtualità» nello sviluppo di tale facoltà non può che riflettere il livello della nostra consapevolezza, in quanto esseri umani, della sua presenza in noi stessi.

      D’altro lato non si deve pensare che il grado di sviluppo richiesto per far sì che tali enunciazioni non restino sul piano della pura teoria sia «a portata di mano», poiché, anzi, il livello di armonizzazione ed equilibrio tra le diverse facoltà individuali necessario per permettere la realizzazione effettiva degli stati superiori già presuppone il possesso di qualificazioni e una determinazione che è ben raro trovare tra i nostri contemporanei. Le indicazioni etiche e filosofiche che accompagnano i riti e i simboli massonici possono ben fornire un’appropriata base per il lavoro da compiere in questo ambito, ma se si riflette sulla difficoltà che non pochi oggi trovano ad assumere l’attitudine di apertura mentale e di costanza che è necessaria anche solo per abbordare la fase preparatoria di un tale lavoro, non vi è da illudersi eccessivamente sui risultati ottenibili a breve termine. Tuttavia, trattandosi di un dominio in cui gli aspetti quantitativi possono essere considerati del tutto irrilevanti rispetto a quelli qualitativi, non crediamo sia inutile aver attirato l’attenzione su prospettive che possono costituire, almeno per alcuni, un utile ausilio per orientare il proprio lavoro.

      A quest’ultima osservazione si potrebbero muovere alcune critiche cui è utile rispondere subito con la necessaria chiarezza: [...]

Giovanni Testanera



note

  1. Cfr. in particolare l’articolo di L.M., «Cambiare mentalità».

  2. René Guénon, «Simbolismo e filosofia», in Considerazioni sull’iniziazione, Luni.

  3. René Guénon, «Il Verbo e il Simbolo», in Simboli della Scienza sacra, Adelphi.

  4. René Guénon, «Sull'insegnamento iniziatico», in Considerazioni sull’iniziazione, cit.

  5. René Guénon, «Miti, misteri e simboli», op. cit.

  6. Cfr. anche René Guénon, «Iniziazione effettiva e iniziazione virtuale», op. cit.

  7. Cfr. René Guénon, «Errori diversi riguardo all’iniziazione», op. cit.

  8. Cfr. René Guénon, «I limiti del mentale», op. cit.




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