|
|
Il rito della «Catena d'unione»
La Lettera G n° 2, pp. 81-96
(Estratti)
[...] Tornando al nostro argomento, ci resta ancora
da precisare che le difficoltà che comporta ci costringono
a soffermarci su una prima selezione dei
dati disponibili considerando, seppur brevemente,
le diverse modalità di applicazione che possono
prevalere nei diversi ambienti.
Innanzi tutto diremo che la catena di unione
si pratica, in generale, alla chiusura dei lavori di
primo grado; ma, mentre in alcune Obbedienze
ciò avviene immediatamente prima di tale chiusura,
in altre viene considerata una specie di sigillo
rituale della tenuta e la si pone in pratica dopo la
chiusura dei lavori propriamente detti. C’è chi, invece,
la mette in relazione diretta con l’iniziazione
e quindi la inserisce nel momento preciso in cui si
concede la luce simbolica all’iniziando, e infine
c’è anche chi si limita a sottolineare quest’ultimo
fatto tramite una modalità adattata specificatamente
a questa circostanza[7].
Aggiungeremo che nelle Obbedienze latine, in
particolare, la si incontra generalmente collegata
alla circolazione della «parola semestrale»; questa
modalità, a quanto pare, fu introdotta dal Grande
Oriente di Francia nell’anno 1773 per cercare di
evitare ogni possibile interferenza da parte della
Gran Loggia di Francia[8].
Comunque sia, in questo caso ci troviamo verosimilmente
di fronte a un tardo inserimento avvenuto
su di una base rituale preesistente. In effetti,
è possibile sostenere ragionevolmente che la
catena d’unione abbia origini più antiche, e in
questo senso alcuni autori suppongono che possa
risalire al Compagnonaggio, dove la si conosce
con il nome di «catena d’alleanza». Sempre fra gli
antichi operativi è possibile che, secondo quanto
sostiene Francisco Ariza[9], questo stesso rito servisse
da supporto per il cadenzarsi collettivo di un’invocazione
sacra; l’ipotesi è interessante, giacché da
essa potrebbe svilupparsi tutta una serie di considerazioni
attinenti il vero carattere della antica
Massoneria. In ogni modo, quanto meno si può
dire che tale ipotesi non ha in sé niente di impossibile,
specialmente se si ricorda che René Guénon
affermò espressamente che «il nome divino invocato
più particolarmente da Abramo fu sempre
conservato dalla Massoneria operativa»[10].
Per conto
nostro aggiungeremo che l’accoppiamento di
questi due elementi - catena d’unione e invocazione
-, per quanto non possa essere provato, rimane
comunque suggestivo, considerando che esistono
altre vie iniziatiche - come certe turuq islamiche
- che eseguono, più o meno analogamente,
certe pratiche collettive di «incantazione». E il
fatto che ancora oggi ci siano logge che, sul supporto
della catena di unione, sono solite elevare
una sorta di preghiera al Grande Architetto dell’Universo,
potrebbe forse costituire un ricordo
lontano e in un certo modo decaduto di quella ipotetica pratica operativa[11].
Indipendentemente da queste ed altre divergenze
individuabili, che in certi casi possono essere
la prova della presenza di elementi estranei
alla forma rituale, resta in ogni modo un punto
fermo, che a nostro parere merita tutta la nostra
attenzione: stiamo parlando della conformazione
corporea della catena d’unione, la quale pare essersi
conservata pressoché invariata dovunque. A
questo proposito, sapendo che questo rito è in se
stesso una specie di simbolo «agito», attualizzato in
ogni occasione dall’insieme dei partecipanti alla
tornata, ci sembra legittimo considerare che lo
studio di un tale supporto formale possa costituire
il cammino più adeguato per avvicinarsi al suo
senso reale e più recondito, senza correre il rischio
di sviarsi in un labirinto di sovrapposizioni di dubbia
provenienza.
In conformità, dunque, con quanto abbiamo
detto, vediamo quale forma prende la catena di
unione: [...]
Franco Peregrino
note
7. Una modalità alquanto suggestiva è la seguente: immediatamente
dopo la chiusura dei lavori, si confina il neofita
«fra le colonne» e da tale posizione marginale egli assiste
alla formazione della catena; la stessa si apre quindi
verso Occidente, in modo che il nuovo iniziato possa, varcando
la soglia, integrarsi in essa; così facendo la catena
torna a serrarsi con forza e vigore, dopo aver assimilato in
maniera pressoché organica il nuovo anello.
8. Vedere S. Farina, Rituali A.L.A.M., pp. 21-2. A questo proposito
è bene ricordare che in tale anno, più precisamente il
26 di giugno, a seguito di uno scisma avvenuto in seno alla Gran Loggia di Francia, nacque il Grande Oriente di Francia.
9. «El símbolo y el rito masónico de la cadena de unión»,
nella rivista Symbolos n. 3, 1992, pp. 14-5.
10. René Guénon, Études sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage,
T. II, p. 165.
11. Non possiamo fare a meno di sottolineare l’inadeguatezza
dello strumento scelto per sostituire la perdita di
quella «invocazione» che probabilmente possedevano gli
antichi massoni operativi; in effetti, quando l’«invocazione» è di derivazione puramente iniziatica, e nel caso in
questione non può essere altrimenti, la stessa, lungi da assomigliare
a una «preghiera», assume caratteristiche tecniche
tali da renderla un caso particolare di «incantazione», e vedremo più avanti l’importanza che riveste una
tale distinzione; per il momento, e al fine di evitare confusioni,
diremo inoltre che l’«invocazione», come qui la intendiamo,
rappresenta un mezzo attraverso il quale
l’«invocatore» cerca di attivare in se stesso il «ricordo» o la
«memoria» di qualcosa che in nessun modo può essere
considerato esteriore a chi compie questo rito. A proposito
della distinzione fra «preghiera» e «incantazione»
René Guénon scrive in Considerazioni sull’iniziazione (cap.
XXIV): «L’incantazione di cui parliamo, contrariamente
alla preghiera, non è per nulla una domanda, e anzi non
presuppone neppure l’esistenza di qualcosa d’esteriore
(ciò che invece presuppone qualsiasi domanda), in
quanto l’esteriorità non si può concepire se non in rapporto
all’individuo, che qui si tratta appunto di superare;
l’incantazione è un’aspirazione dell’essere verso l’Universale,
con lo scopo di ottenere quella che potremmo chiamare,
in un linguaggio dall’apparenza un po’ “teologica”,
una grazia spirituale, vale a dire una illuminazione interiore,
che naturalmente potrà essere più o meno completa
secondo i casi. L’azione dell’influenza spirituale deve essere
qui intesa allo stato puro, se così ci si può esprimere;
invece di cercare di farla discendere su di lui, come nel
caso della preghiera, l’essere tende al contrario a elevarsi
a essa. L’incantazione, la quale resta in tal modo definita
come un’operazione in linea di principio del tutto interiore,
può tuttavia, in un grande numero di casi, trovare
un’espressione e un “supporto” esteriore in parole o gesti
che costituiscono determinati riti iniziatici, come il mantra
nella tradizione indù o il dhikr in quella islamica, e devono
essere considerati capaci di determinare delle vibrazioni
ritmiche che hanno una ripercussione attraverso un
campo più o meno esteso nella serie indefinita degli stati
dell’essere. Per quanto il risultato effettivamente ottenuto
possa essere più o meno completo, come già abbiamo
detto, lo scopo finale da raggiungere è sempre la realizzazione
in sé dell’“Uomo Universale”...». È chiaro, secondo
ciò che abbiamo or ora citato, che ciò che distingue «interiormente» l’incantazione dalla preghiera è l’intenzione
che la muove, la finalità perseguita; nello stesso modo,
sarà sempre tale finalità che determinerà la notevole differenza
che in entrambi i casi presentano «esteriormente» le
espressioni rituali. L’«invocazione», da parte sua, quando
non persegue altro scopo che quello che qui si attribuisce
alla incantazione, si differenzia da quest’ultima solo per il
fatto che fa uso esclusivamente dei Nomi divini, anche se
esiste inoltre una «invocazione silenziosa» nel cui caso «il
silenzio stesso, che è propriamente uno stato di non manifestazione,
costituisce come una partecipazione o una
conformità alla natura del Principio supremo» (si veda
René Guénon, «Silence et solitude», in Mélanges). D’altra
parte, nonostante ciò che taluni possono pensare «dal di
fuori», l’essenza della questione non risiede solamente nel
testo dell’invocazione - che come abbiamo già detto, potrebbe
benissimo ridursi ad una sola parola - ma soprattutto
nella «tecnica» particolare di recitazione, che richiede
a sua volta una trasmissione iniziatica regolare,
chiaramente impossibile da ottenere tramite un semplice
mezzo scritto. Detto questo, si può così comprendere che,
purtroppo, non basta elevare devotamente il proprio pensiero
al Padre Eterno per giungere a realizzare «la perfezione
della conoscenza metafisica».
|
|