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Nota introduttiva
La Lettera G n° 12, pp. 83-86
Il testo di Denys Roman su «Euclide, allievo di Abramo» presenta un aspetto fondamentale della «leggenda del Mestiere»[1]. Tenuta in grande considerazione dai nostri Antenati, tale leggenda è stata integrata nella maggioranza dei manoscritti chiamati Old Charges o «Antichi Doveri»; i Massoni operativi rilevavano in essa, simbolicamente, non soltanto la storia tradizionale, la quale – com’è noto – permette d’intravedere le «origini» della Massoneria, ma anche l’eccellenza dell’Arte Reale, in quella particolare espressione della costruzione universale che è la Geometria.
Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista massonica «Renaissance Traditionnelle» (n. 32, ottobre 1977), nell’ambito di una serie di scritti presentati dall’autore all’interno di una rubrica intitolata «René Guénon et les “destins” de la Franc-Maçonnerie»[2]. I lettori che già conoscono tale rivista di storia della Massoneria[3], contraddistinta da tendenze, «valori» e metodi ben lontani dalla prospettiva tradizionale di cui R. Guénon è stato il massimo interprete autorizzato della nostra epoca, certo si stupiranno della pubblicazione, in quel contesto, di un articolo così lontano dalla concezione storica meramente profana che tale rivista ha abitualmente sull’Ordine massonico. Perciò si comprendono la sorpresa e il malcontento che il suo contenuto poté suscitare tra i lettori abituali di quella rivista, tali da provocare reazioni molto ostili – come avvenuto, d’altronde, in varie altre circostanze – nei confronti dello stesso R. Guénon.
In questo articolo, D. Roman riprende e commenta il leggendario racconto in cui Euclide viene presentato come un allievo di Abramo, racconto veicolato praticamente da tutti gli Old Charges della Massoneria operativa, fino al manoscritto Dumfries n. 4, il quale – essendo databile 1710 ca. – appartiene al periodo «pre-speculativo». Di fatto, questo manoscritto non include solo la «leggenda del Mestiere», ma comprende anche il «giuramento di Nimrod», domande e formule rituali, e il blasone dell’Ordine che si dice risalire all’epoca del martire sant’Albano. In «Lumières sur la Franc-Maçonnerie des anciens jours»[4], l’autore rileva particolarmente che questo manoscritto, sebbene tardivo, contiene alcune formule rituali, provenienti da una tradizione orale, che chiariscono le «operazioni» dei «Massoni dei tempi antichi». Egli segnala particolarmente, nelle Istruzioni comprese nel Dumfries, una risposta relativa a quello che non esita a qualificare come «gioiello incontaminato»: il cable-tow (e la sua lunghezza), che «è lungo dall’estremità del mio ombelico fino al più corto dei miei capelli»; alla domanda: «Per quale motivo? », l’interrogato risponde: «Perché là giacciono tutti i segreti». Segnaliamo che la sequenza rituale del cable-tow dev’essere accompagnata da una gestualità, espressione del «legame» in questione e indicante che i «segreti» rimangono in sonno finché l’iniziazione resta virtuale. Ma, per ben coglierne la natura, occorre associarvi il due guard (che potrebbe avere una parentela, se non un’identità, con il Devoir del Compagnonaggio), segno in stretto rapporto con i segreti della Maestria intesa nella sua pienezza; tale segno, specifico della Massoneria del Rito detto di York, simboleggia il compimento dei piccoli misteri: si avrà una idea più precisa dei molteplici significati che esso racchiude, rappresentandolo come l’esatto schema della lettera araba nûn, alla quale è associata la parte superiore del simbolo che ne completa il significato essenziale. Quanto al rapporto «operativo » tra due elementi rituali quali il cable-tow e il due guard, esso si costruisce secondo la geometria organica del corpo umano basata sui centri sottili.
Si è molto chiosato, e lo si fa ancora oggi, a proposito dell’evidente anacronismo sul quale è costruita la leggenda esaminata dall’autore, poiché si sa che quasi due millenni separano l’epoca in cui visse il «padre delle moltitudini», da quella del «nobile Euclide» che insegnava in Egitto sotto il regno di Tolomeo I (305-282 a. C.)[5]. Gli esprits forts dello «stupido secolo XIX» (e ancora quelli della nostra epoca) non hanno mancato di rilevare, compiacendosene, il difetto di cronologia storica della leggenda in questione, ponendo l’accento sull’«ingenuità» e sulla «mancanza di cultura» dei Massoni operativi, considerati degli analfabeti; in questo, tralasciando un po’ rapidamente il fatto che tale «analfabetismo» non aveva loro impedito di edificare i capolavori che conosciamo e che testimoniano ancora, malgrado le massacranti restaurazioni, la loro unità originale. Benché i fatti storici abbiano importanza, non si può ridurre la storia ai fatti, considerati come avvenimenti circoscritti al solo dominio individuale; il significato simbolico – che non si oppone ai fatti ma, viceversa, ne chiarisce la loro ragion d’essere – è il solo veramente essenziale, in quanto traduzione ed espressione, in modo manifestato, della Volontà divina. Ecco quel che esprimevano i «Massoni dei tempi antichi», per i quali tale significato simbolico era eminentemente prioritario rispetto a una qualunque cronologia storica. In realtà, essi esponevano «al coperto», nelle sembianze di questo racconto leggendario, una caratteristica fondamentale delle origini mitiche dell’Ordine, che ha raccolto, nel corso delle epoche e in virtù dell’elezione investitagli per «decreto» divino, venerabili eredità.
André Bachelet
note
1. Si possono trovare interessanti sviluppi complementari dell’autore, intorno al significato e alla portata di questa leggenda (che d’altronde comprende due anacronismi storici), nel suo notevole testo «Lumières sur la Franc-Maçonnerie des anciens jours», ottavo capitolo del volume Réflexions d’un chrétien sur la Franc-Maçonnerie - L’«Arche vivante des Symboles» (Éditions Traditionnelles, Parigi 1995).
2. Com’è noto, questo è anche il titolo scelto in seguito da D. Roman per la sua prima opera, edita nel 1982 e ristampata nel 1995.
3. Se non ci si ferma all’ideologia umanista e al metodo storico, palesemente inadeguati alle finalità proprie della via iniziatica, questa rivista propone comunque un contenuto documentaristico massonico generalmente interessante.
4. Cfr. nota 1.
5. L’espressione «bon clerc» è stata usata in modo sistematico da alcuni traduttori e commentatori francesi, con l’inconveniente di una connotazione troppo vicina al senso che oggi ha pressoché esclusivamente nel cristianesimo; è poco verosimile che questo fosse il senso attribuitogli dai Massoni operativi, ai quali la pratica del Mestiere offriva una differente prospettiva. Quando utilizzavano l’espressione «nobile Euclide», con il significato di «principe» nell’ordine della costruzione universale, ereditata da Abramo, è perché essi riconoscevano a quest’ultimo una «paternità spirituale».
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