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Lo sviluppo della ragione

La Lettera G  n° 11, pp. 17-28

(estratti)



      [...] Secondo la nota definizione aristotelica dell’uomo come «animale razionale», la ragione può essere considerata la facoltà conoscitiva propria e specifica dell’individuo umano, quella che lo definisce differenziandolo dagli altri esseri. Dal punto di vista tradizionale in generale, e da quello iniziatico in particolare, è fondamentale distinguere tra la ragione, facoltà puramente individuale orientata alla conoscenza discorsiva e mediata, e l’intelletto, facoltà di ordine universale e di natura sopraindividuale, in grado d’identificarsi col proprio oggetto in modo intuitivo e immediato. Il misconoscimento di tale distinzione e la riduzione dell’intelligenza alla sola ragione, divenuti assunti comuni in Occidente dopo Cartesio, hanno avuto come conseguenza la graduale scomparsa dell’idea stessa di conoscenza metafisica[2], dal momento che la cognizione delle realtà di ordine universale presuppone l’esistenza nell’essere di una facoltà in grado di conoscere il dominio dei princìpi ultimi della realtà, eterni e immutabili, che di per sé non sarebbero attingibili da una facoltà limitata al dominio individuale come la ragione.

      Richiamata la basilare distinzione tra razionalità e intellettualità, dobbiamo tuttavia rilevare che anche la semplice ragione umana, disprezzata oltre misura dai seguaci dalle filosofie neospiritualistiche e psicanalitiche, rappresenta nell’ambito iniziatico uno strumento assai più congruo ed efficace rispetto alle forme d’intuizione di ordine infrarazionale, che molto spesso i nostri contemporanei scambiano per autentiche manifestazioni del «trascendente». Per giustificare questa affermazione – che meriterebbe di essere più spesso ribadita anche in ambito massonico – dobbiamo in primo luogo collocare la ragione nel ruolo che le è proprio secondo le dottrine tradizionali, ovvero quello di facoltà in grado di ricevere dall’intelletto puro un riflesso dell’universalità dei princìpi metafisici ed elaborare concetti generali partendo dai dati forniti dai sensi. Secondo le dottrine indù il «mentale» (manas), nel quale è compresa la ragione insieme alla memoria e all’immaginazione, si colloca in posizione intermedia tra le facoltà di sensazione (jnanendriyas) e di azione (karmendriyas) e l’intelletto (Buddhi o Mahat), cui è congiunto per il tramite del senso dell’«io» (ahankara). Questa sua posizione è quella che giustifica la distinzione agostiniana tra ratio superior e ratio inferior[3] e quella scolastica tra ragione speculativa e ragione pratica[4], in cui la prima ha per oggetto la ricerca della verità, la seconda la trasformazione del mondo materiale e il retto agire in senso morale. Nel Vêdânta si parla a questo proposito di un duplice orientamento della mente[5], che rivolta verso l’esterno subisce passivamente la schiavitù del samsâra, mentre riportata all’interno permette all’essere d’incamminarsi sul sentiero della Liberazione: essa viene paragonata all’acqua, di per sé insipida, che acquista il sapore caratteristico degli oggetti cui viene associata.

      Questa assimilazione della mente all’acqua, elemento passivo in rapporto simbolico con la luna come il fuoco lo è col sole, ci conduce a un altro aspetto di manas, ovvero quello che viene espresso attraverso l’assimilazione della conoscenza razionale alla luce lunare e dell’intuizione intellettuale alla luce solare[6]. Secondo tale simbolismo, la mente illuminata è quella che dirige le proprie iniziative sotto la guida dei princìpi che riceve dall’intelletto superiore, mentre la mente completamente assorbita dalle operazioni della «ragione pratica» – od obnubilata dalle suggestioni dell’infrarazionale – mette in mostra il suo lato oscuro e caotico. Per usare un linguaggio figurato la «riflessione», nel suo duplice significato d’interazione della luce con la materia e di elaborazione razionale, può giungere a una rappresentazione corretta solo se il supporto su cui si esercita è adeguato: come un lago, che riflette un’immagine esatta e brillante del sole se è immobile e puro, mentre ne rimanda un riflesso distorto e sbiadito se l’acqua è agitata e mescolata al fango.

      Un diverso simbolismo, che peraltro conduce alle medesime conclusioni, è quello illustrato dalla Katha Upanishad: «Concepisci il Sé [o «personalità“] come il signore [padrone] del cocchio, e il corpo come il cocchio. Concepisci l’intelletto come l’auriga, e il mentale [la mente], in verità, come le briglie. I sensi sono chiamati i cavalli; concepiti i sensi come i cavalli, (conosci [concepisci]) gli oggetti [dei sensi] come le piste. La gente della discriminazione chiama il Sé [come] il fruitore quando Esso è associato con il corpo, con i sensi e con la mente. Sennonché i sensi di un [essere il cui] intelletto, per essere sempre associato con una mente senza controllo, diventa privo di discriminazione, sono indisciplinati come gli imbizzarriti cavalli di un auriga. Ma di quell’(intelletto) che – per il fatto di essere sempre associato con un mentale domato – è provvisto di discriminazione, i sensi sono sotto controllo come i buoni cavalli dell’auriga [capace]. […] L’uomo […] che abbia come auriga un’intelligenza capace di discriminazione, e [che] abbia sotto il proprio controllo le redini della mente, giunge alla fine del percorso; e quella è la sede più elevata di Vishnu»[7]. Anche in questo caso il mentale è considerato elemento passivo (le redini) rispetto all’intelletto (l’auriga), ma a sua volta attivo rispetto ai sensi (i cavalli). L’«impulso» trasmesso dall’auriga-intelletto alla componente del mentale che egli «tiene tra le mani» – identificabile con la ragione speculativa – deve giungere fino alla parte sensibile dell’individuo, rappresentata dai cavalli, e perché ciò avvenga tale «impulso» non deve trovare ostacolo nelle altre componenti del mentale, ovvero la ragione pratica, la memoria e l’immaginazione. In altri termini, il successo di tale «trasmissione» presuppone il compimento di un processo di purificazione dell’intero mentale che sarebbe semplicistico ritenere realizzabile facendo leva sulla sola sfera razionale, anche se, in ultima analisi, l’obiettivo da raggiungere è proprio quello del perfetto controllo di tutte le facoltà individuali da parte della ratio superior, a sua volta ispirata e guidata dall’intelletto trascendente.

      L’importanza del controllo del mentale e della sua attività di vigilanza sui sensi è misurata, nell’immagine del cocchio della Katha Upanishad, dalla differenza tra il fallimento della corsa e il raggiungimento dell’obiettivo, che nel suo commento Shankarâchârya identifica con «la mèta più elevata che si possa ottenere al di là della corrente del mondo [manifestato]». Tutto ciò sembrerà senza dubbio strano a coloro che mettono in dubbio l’importanza dell’esercizio dell’autocontrollo e della purificazione del mentale ai fini della realizzazione iniziatica, o che ritengono che tali pratiche non rappresentino che semplici tappe preliminari, destinate a lasciare presto il posto a estatiche «esperienze» che costituirebbero il vero «succo» dell’esoterismo. Ma, checché ne pensi la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei, l’esoterismo non ha nulla a che vedere con sperimentazioni o fantasie di qualunque genere, né con la ricerca di fenomeni o poteri più o meno straordinari. Piuttosto, esso ha come scopo quello di ricondurre l’individualità al perfetto equilibrio consistente nella neutralizzazione di tutte le tendenze opposte che agiscono in essa e, al di là di ciò, di restituire all’essere la coscienza della sua identità con il Principio. E per persuadersi che tale sia effettivamente il fine della via iniziatica, solo una cosa è necessaria: lasciar parlare i simboli.

      La ragione illuminata dalla luce dell’intelletto, simboleggiata in Massoneria da Minerva posta all’Oriente[8] fra il sole e la luna, è collocata nel Tempio a fianco del Venerabile, regolatore e guida del microcosmo della Loggia. Il suo carattere femminile e lunare, sottolineato anche dall’avere come emblema un uccello notturno qual è la civetta, ne fanno la perfetta immagine della mente ricettiva e aperta nei confronti della presenza spirituale che agisce nel corso dei lavori massonici e mediante essi[9]. Che tale ragione ben guidata abbia un ruolo centrale nella via iniziatica massonica è, inoltre, rimarcato dall’identificazione che gli antichi manoscritti operativi stabiliscono tra la Massoneria e la Geometria, ovvero, letteralmente, la scienza che «misura la terra»: e l’idea di misura (latino mensura) è anch’essa ricollegata alla medesima radice «man» o «men» che designa la facoltà razionale[10]. A questo proposito non possiamo ignorare come la «misura della terra» fosse dagli antichi assimilata al processo di edificazione universale compiuto dal Dio Geometra, identificato dai greci con Apollo e dagli Indù con Vishwakarma e Vishnu, i cui «tre passi» misurano i «tre mondi» e portano a effetto la manifestazione universale[11]. Si tratta del medesimo sviluppo dell’«ordine» a partire dal «caos» che l’iniziato è chiamato a operare in senso microcosmico seguendo le tracce dell’operato del Grande Architetto dell’Universo nell’ambito del macrocosmo; e il «fiat lux» che misura il cosmo dissipando le tenebre dell’indistinto è in questo caso l’iniziazione, punto di origine a partire dal quale la mente del recipiendario dovrà sforzarsi costantemente di trarre ispirazione dal «Dio che è in lui» finché, giunto alla realizzazione effettiva della maestria, potrà diffondere all’esterno la luce della saggezza.

      Ma la «razionalità» della via massonica emerge – o forse, in certi casi, dovrebbe emergere – soprattutto dalla perfetta progettazione dei suoi lavori rituali, nei quali la circolazione della parola e la disposizione del Tempio fungono da costante punto d’appoggio per illustrare come i princìpi metafisici trovino applicazione razionale nell’ambito di una scienza esatta qual è il simbolismo. La molteplicità dei diversi rituali massonici, inoltre, aiuta l’iniziato a comprendere che l’immutabilità di tali princìpi non solo non è d’ostacolo allo sviluppo delle applicazioni relative e contingenti più adeguate alle diverse circostanze ed epoche, ma che la retta ragione impone, se così si può dire, questi adattamenti, poiché non vi è nulla di razionale nel voler applicare meccanicamente le stesse regole e gli stessi linguaggi a uomini di natura e temperamento differenti.

      Se, dunque, i nostri contemporanei paiono aver perso di vista pressoché completamente le regole basilari che presiedono all’edificazione d’individui e collettività armonici e completi, non è certamente perché manchino loro gli «strumenti del mestiere» per portare a termine un simile lavoro: e di ciò dobbiamo ringraziare i nostri predecessori, compresi i «portatori di reliquie» che, pur non avendo a volte che una minima coscienza dell’importanza del lavoro che stavano svolgendo, hanno provveduto, per senso del dovere, a tramandare alle generazioni successive ciò che era stato lasciato loro in deposito dalle precedenti, spesso senza profittarne loro stessi ma, comunque, impedendo che l’eredità ricevuta andasse dispersa per sempre.

      Non manca chi ritiene che tale eredità, nelle condizioni di squilibrio in cui versa il mondo attuale, non possa mantenersi ancora a lungo nello stato di relativa quiescenza che la contraddistingue ormai da tempo, ma debba essere posta a frutto o rassegnarsi a sparire per sempre. Da parte nostra ci limitiamo a osservare la presenza di segnali che, per essere ancora troppo dispersi e sporadici, non paiono ancora in grado d’innescare un vero e proprio risveglio, ma che di sicuro non possono essere ignorati.

      Certamente, se tutti i Maestri Massoni fossero veramente in grado di «riunire ciò che è sparso» all’interno e all’esterno di se stessi, conformemente a ciò che il loro grado richiede, non potremmo nutrire alcun dubbio sul risultato finale, a prescindere da quali potranno essere le circostanze esterne in cui la Massoneria di domani si troverà a operare. Ma per poter giungere a un tale grado – di non poco valore – di realizzazione effettiva, lo sviluppo della ragione sotto il dominio dell’intelletto è presupposto essenziale, perché solo grazie a esso, impegnandosi a sottomettere in ogni momento della propria vita il piacevole all’utile e l’utile al vero, il Massone può essere in grado di trasformare, a tempo debito e grazie agli strumenti dell’Arte, la «speculatività» in «operatività», o, per esprimersi in altri termini, di passare «dall’illusione alla realtà».

Giovanni Testanera



note



  2. È questo uno dei fondamentali punti di svolta del percorso che ha condotto la mentalità occidentale all’attuale stato di confusione: «Negare o ignorare ogni conoscenza pura e sovrarazionale significò aprire la via che doveva logicamente condurre, da un lato al positivismo e all’agnosticismo (che traggono la loro origine dalle limitazioni più ristrette dell’intelligenza e del suo oggetto), dall’altro a tutte le teorie sentimentalistiche e volontaristiche, le quali si sforzano di cercare nell’infrarazionale quel che dalla ragione non possono avere. Di fatto, anche coloro che ai giorni nostri vogliono reagire al razionalismo, accettano tuttavia l’identificazione di tutta l’intelligenza con la sola ragione, e credono che quest’ultima sia una facoltà puramente pratica, incapace di uscire dal dominio della materia» (R. Guénon, Oriente e Occidente, Luni Editrice, Milano 1993, «Civiltà e progresso», p. 19).

  3. Cfr. Agostino d’Ippona, De Trinitate, XII, 3.

  4. Cfr. Tommaso d’Aquino, Commentum in Quatuor Libros Sententiarum Magistri Petri Lombardi, III, d. 35, q. 1, a. 3, sol. 2.

  5. Cfr. La lampada della conoscenza non-duale (Advaita Bodha Dîpika), III, in «Rivista di Studi Tradizionali», n. 65, luglio-dicembre 1986.

  6. Cfr. R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1975, cap. LXX: «[…] una medesima radice man o men è servita a formare in varie lingue numerose parole che designano da una parte la luna (greco mênê, inglese moon, tedesco Mond), e dall’altra la facoltà razionale o la «mente» (sanscrito manas, latino mens, inglese mind), e quindi anche l’uomo considerato in special modo nella sua natura razionale mediante la quale lo si definisce specificamente (sanscrito mânava, inglese man, tedesco Mann e Mensch)».

  7. Conoscenza e Morte secondo la Dottrina Indù (Katha Upanishad), con il commento di Shrî Shankarâchârya e le Chiose di A. K. Coomaraswamy, III, 3-6, 9, Luni Editrice, Milano-Trento 1998, pp 56-59.

  8. Cfr. P. Gori, «Minerva all’Oriente», in «La Lettera G» n. 8, Equinozio di Primavera 2008.

  9. Va poi notato che il nome stesso di Minerva (o Menerva) ha il medesimo radicale della parola mens, mente, e che l’Athena greca, che le viene assimilata, nasce direttamente dal cervello di Zeus.

  10. Cfr. R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, cit., cap. LXX.

  11. Cfr. R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. III, Adelphi, Milano 1982.




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