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Nota introduttiva

La Lettera G  n° 11, pp. 51-56



      Il testo di Denys Roman che presentiamo in un ampio estratto ai nostri lettori di lingua italiana è apparso per la prima volta, nel 1967, nei numeri 401 e 402-403 della rivista «Études Traditionnelles»; rivisto dall’autore, esso è divenuto il settimo capitolo del suo libro Réflexions d’un chrétien sur la Franc-Maçonnerie: l’Arche vivante des Symboles, pubblicato postumo, nel 1995, dalle Éditions Traditionnelles.

      L’occasione per le riflessioni di D. Roman è da ricercarsi negli scritti di Jean-Pierre Berger pubblicati sulla rivista «Le Symbolisme» e, in particolare, nell’articolo apparso sul numero di gennaio-marzo 1967 intitolato «Ce G, qui désigne-t-il?». Dopo avere tradotto e commentato alcuni Old Charges, infatti, J.-P. Berger aveva intrapreso lo sviluppo di qualche aspetto del simbolismo veicolato nei diversi rituali massonici, rapportandosi con quanto esposto in proposito da René Guénon, ma scostandosene su diversi punti: per esempio, rifiutando l’equivalenza simbolica tra lo iod e la lettera G affermata da R. Guénon, e rimproverando a quest’ultimo, soprattutto, l’aver considerato come una «fonte» la corrispondenza di Clement Stretton. V’è da dire, a questo proposito, che seppure Stretton abbia talora ecceduto nell’«infiorettare» alcuni punti, peraltro facilmente individuabili, ciò non invalida quell’essenziale delle sue comunicazioni che era altrimenti ben conosciuto dagli « Antiens»; non si tratta solamente, in questa come in ogni circostanza, di saper «separare il grano dal loglio»? Va da sé, d’altronde, che è del tutto irrisorio etichettare come «opinioni» qualunque le affermazioni poste in essere da una prospettiva iniziatica tradizionale qual è, invariabilmente, quella assunta da R. Guénon; ma, nell’ossessione del «documento scritto», i propugnatori di questo punto di vista meramente profano si ostinano a ignorare ogni possibilità di trasmissione orale e si rifiutano di ammettere la natura sopraindividuale delle sue «fonti» reali.

      Furono tali critiche, dunque, ad attirare particolarmente l’attenzione di D. Roman, tanto più considerando che J.-P. Berger condivideva alcune delle tesi di Jean Reyor, cioè proprio di colui il quale, mentre tendeva a divergere sempre più dall’esposizione dottrinale dell’autore di Considerazioni sull’iniziazione, lasciava credere di esserne il legittimo rappresentante, con tutte le gravi conseguenze che questo fatto doveva poi ingenerare. Per tali motivi, con il suo articolo D. Roman intendeva ristabilire una prospettiva in accordo con le considerazioni di Guénon sull’argomento, contrastando, a tale scopo, una delle tesi più stravaganti di J. Reyor, accettata da J.-P. Berger, concernente le condizioni «pratiche» di un «compimento» dell’opera di Guénon in ambiente cristiano, e più precisamente cattolico: la pretesa, puramente soggettiva, di vedere nell’ebraico la «lingua sacra del cristianesimo» e... della Massoneria.

      Conviene ancora osservare che alcuni tra gli scritti di J.-P. Berger di quell’epoca sono stati poi raccolti e pubblicati nel 2001, con la firma di Jacques Thomas, nel volume Ce G, que désigne-t-il? il cui titolo è, seppur lievemente modificato, quello stesso dell’articolo esaminato da D. Roman. Per l’occasione, Berger rettifica alcune delle sue posizioni, allineandosi al punto di vista di Guénon, ciò che è senz’altro degno di nota; tuttavia, sarebbe stato auspicabile trovare almeno la menzione a due testi di D. Roman ben conosciuti dallo stesso Berger: quello in oggetto, da noi presentato, e un altro intitolato «Euclide, élève d’Abraham», originariamente pubblicato nel numero 32 dell’ottobre 1977 della rivista «Renaissance Traditionnelle», e poi diventato il capitolo XII del primo libro di D. Roman, René Guénon et les Destins de la Franc-Maçonnerie. È un testo che affronta l’enigmatico racconto leggendario in cui Euclide viene presentato come l’allievo di Abramo, accordando a quest’ultimo un’anteriorità nell’Arte del costruire, nonché una «paternità» nei suoi confronti, e conferendo una posizione di privilegio all’Ordine massonico nell’ambito della Costruzione universale.

      Notiamo, inoltre, che J.-P. Berger ha firmato nel 1989, con il suo proprio nome, la «Presentazione» dell’opera di J. Reyor intitolata Sur la route des Maîtres Maçons, e che, in una delle presentazioni dei libri dello stesso autore editi nel medesimo periodo – fra il 1988 e il 1991 – con il titolo comune Pour un aboutissement de l’oeuvre de René Guénon, si afferma, questa volta con la firma di J. Thomas, che «poiché la Massoneria è in realtà un’iniziazione integrata nel Cattolicesimo Romano, non può avere per membri che dei cattolici praticanti [puisque la Franc-Maçonnerie est en réalité une initiation intégrée dans le Catholicisme Romain, elle ne peut avoir pour membres que des catholiques pratiquants]»: ammettere questo postulato, tra i più problematici, determina come conseguenza il rifiuto di alcune eredità, e non delle meno importanti – quali l’ermetismo e il templarismo –, il cui deposito simbolico è stato innestato sul tronco massonico nel corso dei secoli; lo stesso R. Guénon non ha mancato di sottolineare l’importanza di tale «elezione» in rapporto alla natura universale dell’Ordine, ciò che indusse D. Roman, in una prospettiva escatologica, a qualificare la Massoneria come «Arca vivente dei Simboli».

      Nell’articolo che stiamo presentando, D. Roman affronta e sviluppa numerosi argomenti atti a evidenziare l’importanza che i Massoni «dei tempi antichi» attribuivano al simbolismo veicolato dal Mestiere del costruttore, nella prospettiva della restaurazione dell’essere nel suo stato originale. Al riguardo riteniamo nondimeno opportuno segnalare che la costituzione e il contenuto simbolico di alcuni rituali, e la loro pratica «operativa», autorizzano a considerare anche la possibilità di un prolungamento al di là di tale stato, cioè la comunicazione effettiva con gli stati superiori, comunicazione sempre possibile – in principio – per l’essere «in peregrinazione» che si pone in conformità all’ordine dei princìpi.

      In questo testo, dunque, sono esaminati alcuni dei significati e delle attribuzioni molteplici conferiti alla lettera G: così, in due dei tre gradi simbolici, la presenza di questa lettera al centro della Stella fiammeggiante attesta il suo legame con il pentagramma (o pentalpha), testimone «vivente» della filiazione pitagorica segnalata da R. Guénon nel suo L’esoterismo di Dante. Si noterà, d’altronde, la preminenza rivestita dallo iod ebraico in quanto rappresentante l’Unità e la Primordialità. Sono poi il God della Massoneria inglese e la G – iniziale di Geometria – della Massoneria latina a dover essere assimilati allo iod; si deve pertanto vedere in queste ultime attribuzioni una sostituzione che ne «copre» il senso profondo, quello dell’Unità e del Centro in alcuni dei suoi aspetti.

      Rimarchevoli, nel prosieguo dell’articolo, sono alcune riflessioni dell’autore sulla portata, tutto sommato abbastanza contenuta, della cristianizzazione della Massoneria avvenuta nel periodo in cui essa operava in una civiltà divenuta cristiana: è irrefutabile che i monumenti religiosi edificati dai Massoni dell’epoca siano marcati da quest’impronta; ma non si trascura fin troppo frequentemente la netta presenza dei segni dell’eredità «pagana», quelli stessi che non svaniranno se non nei periodi in cui si manifesterà la mentalità moderna?

      D. Roman affronta con la sua sensibilità cristiana un aspetto del rituale riferentesi alla primordialità cui è associata la Maestria massonica. A tal fine, egli rileva la natura «polare» della lettera G, la stessa che viene talora assimilata simbolicamente al «Pinnacolo del Tempio», e ci propone una lettura delle tentazioni del Cristo raccontate nei Vangeli, particolarmente riferita alla tentazione perniciosa del «potere» quale occasione di deviazione e di «caduta» per l’iniziato: «Infine il diavolo lo condusse [il Cristo] sopra una montagna altissima e mostrandogli tutti i regni del mondo con la loro gloria gli disse: “Io ti darò tutto questo se tu, prostrandoti ai miei piedi, mi adorerai”» (Matteo, IV, 1-11). Nella Camera di Mezzo, la Massoneria accorda una particolare comunicazione di ordine rituale che opera una trasposizione atta a riabilitare, in modo iniziatico, tale tentazione: così, la «Possessio orbi» si trova affrancata dal marchio di una fatale trasgressione tramite la restaurazione della sua vera natura e del suo originale significato.

      Esaminando, per esempio, quel che propone J.-P. Berger in merito all’atteggiamento di Nemrod – il grande Hermorian della leggenda massonica –, si capisce la necessità di tale restaurazione in modo iniziatico: l’insistere particolarmente sulla «Forza», che pervade e caratterizza l’«eroe» babilonese, non può essere appropriato al percorso iniziatico massonico nel suo sviluppo «Giusto e Perfetto», nonostante l’assimilazione di Nemrod all’Arte Reale. Se l’attributo della Forza è uno dei «Tre Pilastri che sostengono la Loggia», infatti, troppo sovente le si accorda un ruolo esagerato o addirittura esclusivo, comunque tale da provocare confusioni. Questa «Virtù» non può dunque prevalere, malgrado la sua importanza nell’Arte della Costruzione. Orbene, essa viene collocata al suo giusto posto da Denys Roman: in realtà è la Saggezza, espressione primordiale del Verbo, a costituire – secondo l’esempio del re Salomone e nel «ricordo» del patriarca Abramo, «Amico di Dio» e «Padre della moltitudine» – l’essenza stessa del Mestiere del costruttore e, insieme, la Promessa dell’«ultimazione del Tempio».

André Bachelet






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