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Il simbolismo della «Vedova»
La Lettera G n° 10, pp. 73-81
(Estratti)
L’espressione «figli della Vedova» è ben nota in Massoneria. Essa si riferisce, in generale, all’insieme di coloro che hanno avuto accesso all’iniziazione massonica, i quali risultano così accomunati da tale caratteristica peculiare. Il che dovrebbe rendere evidente il genere di «fratellanza» che lega tra loro gli iniziati, purché, com’è ovvio, si abbia una qualche idea di cosa rappresenti la «Vedova» in questione. Più in particolare, come cercheremo di argomentare nel corso del presente studio, tale espressione è suscettibile di attagliarsi in misura completa solo a chi abbia raggiunto il grado di Maestro. Per il momento ci limitiamo a osservare che, nel simbolismo libero-muratorio, ogni cosa deve avere una precisa ragion d’essere, in conformità alle leggi generali del simbolismo, leggi che non si prestano in alcun modo a interpretazioni nelle quali intervenga l’immaginazione, che ne snaturerebbe totalmente la portata e il significato. Né, a nostro modo di vedere, espressioni come quelle che abbiamo citato in apertura sono da considerare più o meno «folcloristiche» o poco meritevoli di essere indagate nel loro significato profondo.
Possiamo osservare sin d’ora che, se si eccettua quel che riguarda il «tronco della Vedova», il simbolismo in questione presenta speciale rilevanza nel rituale d’iniziazione al grado di Maestro, nel quale il colore nero assume una importanza particolare, segnatamente in connessione al «velo della Vedova». Per lo più, tale simbolismo del nero viene accostato alla morte di Hiram, e, in effetti, la «camera» d’iniziazione al terzo grado è considerata una «camera di lutto». Da questo punto di vista, poiché ogni «cambiamento di stato» avviene nell’oscurità[1], il nero rappresenta la condizione «sostanziale» del candidato in procinto di accedere alla «trasformazione» che lo vedrà risorgere come Hiram. Va da sé che, affinché tale trasformazione si operi, è necessaria, oltre alla «sostanza» rappresentata in questo caso dal nero, anche l’intervento di un elemento «essenziale» in grado di ordinarne le potenzialità. Ebbene, da questo punto di vista ci pare notevole che il «velo» cui accennavamo poco fa sia cosparso delle «lacrime della Vedova». Naturalmente, tali lacrime possono essere accostate alla natura «sacrificale» del rito in questione, così come Hiram – peraltro anch’esso «figlio di unaVedova»[2] –, secondo la «leggenda» del grado, va incontro al «sacrificio» di sé per non voler rivelare ai «cattivi Compagni» il «segreto» del Maestro. Tuttavia, a nostro modo di vedere, per restituire appieno il significato di tale simbolo ci pare del tutto logico accostare le «lacrime» alla rugiada o alla pioggia, connessi d’altronde allo stesso simbolismo della luce. A tale proposito René Guénon osserva che «[…] entrambe [luce e pioggia] simboleggiano le influenze celesti o spirituali. Tale significato è evidente per quel che concerne la luce; per quanto riguarda la pioggia […] si tratta soprattutto della discesa di queste influenze nel mondo terrestre […]. La luce e la pioggia hanno del resto entrambe un potere “vivificante”, che rappresenta bene l’azione delle influenze celesti; a questo carattere si ricollega anche in particolar modo il simbolismo della rugiada, che, come è naturale, è strettamente legato a quello della pioggia, ed è comune a numerose forme tradizionali, dall’ermetismo e dalla Cabala ebraica alla tradizione estremo-orientale»[3]. Ora, è interessante rilevare come, nel simbolo relativo alle «lacrime della Vedova », tale connessione tra luce e pioggia sia del tutto evidente: in effetti, gli occhi e la facoltà visiva sono in rapporto, com’è ovvio, alla luce, mentre le lacrime lo sono alla pioggia. E del resto, se i Massoni sono «figli della Vedova», essi non sono forse, al tempo stesso, anche «figli della Luce»?
D’altra parte, il simbolismo dellaVedova non si limita alla sola «elevazione» al grado di Maestro. In effetti, se il «dovere» di quest’ultimo è «diffondere la luce, riunire ciò che è sparso», è possibile accostare tale «dovere» al mito della vedova Iside che riunisce le membra sparse di Osiride, raffigurazione del passaggio dalla molteplicità all’unità[4], che ogni iniziato deve compiere in se stesso al fine di riunire, nel «punto noto ai soli figli della Vedova», le «potenze» dapprima disperse del suo essere. Secondo tale accezione, Osiride rappresenta, in senso macrocosmico, l’«essenza universale», mentre Iside rappresenta allora la «sostanza universale», equivalenti a Purusha e Prakriti della tradizione indù, o al Cielo e alla Terra della tradizione estremo-orientale. Va da sé che tali due aspetti sono anche simboleggiati in Massoneria dal compasso e dalla squadra, il che significa che il Maestro massone, «situato» in qualità di «mediatore» tra la squadra e il compasso, riunisce in sé le «potenze» celesti e terrestri[5].
Abbiamo però accennato sinora a uno solo degli aspetti che c’interessa mettere in luce, ossia quello che riguarda la natura, per dir così, «sostanziale» della Vedova, legato soprattutto a uno dei significati del colore nero sovente attribuito a quest’ultima. Pensiamo tuttavia che ve ne sia un altro, diremmo più «essenziale», in rapporto al significato superiore del nero, e tale considerazione ci è suggerita dal modo in cui alcuni «Fedeli d’Amore» raffigurano la «Vedova». Niccolò de Rossi, un discepolo di Francesco da Barberino, nel suo sonetto «Se’ tu Dante oy anima beata », presenta Beatrice «vestita di nero»[6]. Ne «I documenti d’Amore» di Francesco da Barberino appare, nella terza parte del libro, una misteriosa donna, Costanza, che indossa i veli della vedova: «Se tu savessi bene / La donna chi ell’ene / Forse poresti / Parere faresti / E chiaro trar per ch’essa / Ebbe esta gratia che nacque / con essa […]». Lo stesso autore accenna alla parentela della dama Costanza con Madonna ntelligenza[7]. Ricolfi, nello studio che abbiamo appena citato in nota, rileva che, nel trattato del «Reggimento e costumi di donna», «[…] la pietra preziosa o gemma simboleggia l’Intelligenza umana nel suo maggior grado; in esso le vedove sono due e opposte: l’una ha per ancella Costanza, l’altra, incostante, ha per ancella Facometipiace»[8]. Riportiamo ancora un passo che ci pare presentare rilevanti connessioni col tema che stiamo trattando: «La “fanciulla”, la “donzella compiuta”, la “maritata”, la “vedova” stanno evidentemente a indicare altrettanti stadi della Sapienza che stenta a farsi donna nell’iniziato (anche Dante per questa ragione in alcune canzoni filosofiche chiama “giovine” la Filosofia, la donna che lo ha “preso” in luogo di Beatrice)»[9].
Si noterà come, secondo questa interpretazione, [...]
Pietro Gori
note
1. Cfr. R. Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, Luni Editrice, Milano 1996, cap. XXVI, «Sulla morte iniziatica», pp. 212-16.
2. 1 Re, 7, 12. Del resto, diversi personaggi «mitici» si trovano in questa condizione, essendo tale simbolismo abbastanza frequente presso certe tradizioni e certi popoli, come ad esempio nel caso del Manicheismo, o dei Maccabei (si veda a quest’ultimo riguardo l’articolo di G. Testanera, in questo stesso numero).
3. R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1975, cap. LX, «La luce e la pioggia», p. 313.
4. Cfr. ibid., cap. XXXXVI, «Riunire ciò che è sparso», pp. 259-62.
5. Cfr. R. Guénon, La Grande Triade, Adelphi, Milano 1980, cap. XV, «Tra la squadra e il compasso», pp. 125-31.
6. A. Ricolfi, Studi sui «Fedeli d’Amore», Luni Editrice, Milano 2006, p. 158, nota 17.
7. Ibid., p. 56, nota 18.
8. Ibid., p. 57, nota 19.
9. Ibid., p. 61.
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