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Nota introduttiva

La Lettera G  n° 10, pp. 51-55



      È noto che Denys Roman considerava l’opera di René Guénon come un punto di riferimento autenticamente tradizionale. E i nostri lettori non ignoreranno l’interesse privilegiato che quest’ultimo accordava all’Ordine massonico e in particolare all’Ermetismo, poiché considerava la natura della scienza d’Ermete affine a quella dell’Arte Reale. In alcune delle loro operazioni le due vie massonica ed ermetica non hanno, apparentemente, che pochi punti in comune: noi diciamo apparentemente perché, per esempio, nell’alchimia – che è una delle applicazioni dell’Ermetismo – i materiali principalmente usati sono i «metalli» (peraltro non sconosciuti in Massoneria), mentre nell’Arte Reale il riferimento è soprattutto alla «pietra», materiale fondamentale dei Costruttori; ma nondimeno entrambi i processi ricorrono a un supporto tratto dal regno minerale, supporto indispensabile per consentire la restaurazione integrale di tale regno per mezzo dell’esercizio adeguato – vale a dire «giusto e perfetto» – del Mestiere per il Massone, e della «trasmutazione» per coloro che operano la «sublimazione» dei metalli. Entrambe le vie, dunque, hanno in comune una «restaurazione», una «riabilitazione» della Natura, mediante un’azione volta a condurre un materiale grezzo alla perfezione nel suo ordine; e tutto ciò è analogo al processo iniziatico finalizzato a restaurare lo stato primordiale dell’essere umano, che ne è pure l’operatore secondo la Volontà del Cielo. Si noterà, a questo proposito, e per terminare questa digressione un po’ tecnica, che il simbolismo della pietra è comune ai due percorsi iniziatici e che si ritrova, in modo sintetico ma esplicito, nella enigmatica formula VITRIOL (o, in modo più esteso, Vitriolum) tracciata nel Gabinetto di riflessione di alcuni Riti massonici.

      Ciò detto, è noto che i fatti in se stessi non possono – e senza dubbio non potranno mai – garantire alcuna certezza sulle valutazioni relative a tutto quel che concerne la maggioranza delle correnti esoteriche citate dall’autore, che si appoggia ai lavori di Luigi Valli e di Guénon, in particolare a quelli che formano alcuni capitoli del suo libro Sull’esoterismo cristiano[1]. In tale ambito particolare, e a fortiori nel periodo considerato, la documentazione è forzatamente ridotta soprattutto a delle formule simboliche enigmatiche: pertanto, solo il confronto fra alcuni testi e l’attento esame del «gergo» usato – come rilevato da D. Roman – possono permettere di riconoscere e di seguire le probabili filiazioni o le appartenenze verosimili. In effetti, se oggigiorno beneficiamo tutti della libertà di parola – il che non è necessariamente sempre un vantaggio –, non era così all’epoca della distruzione dell’Ordine del Tempio attuata dalle forze congiunte dei poteri temporale e spirituale (ed è noto con quale brutalità è stata compiuta), ed è conseguentemente comprensibile che la situazione imponesse la maggior cautela possibile tanto nell’espressione quanto nei comportamenti. Tutto ciò giustifica il fatto che ogni prova documentaria di tali filiazioni sia praticamente inesistente, e insieme spiega perché la ricerca deve necessariamente ricorrere ad altri metodi d’indagine.

      Quando D. Roman nel suo articolo «Euclide allievo di Abramo»[2] esamina le eredità confluite nell’Ordine massonico – alcune anteriori al cristianesimo –, sviluppa la sua riflessione basandosi principalmente sulle leggende massoniche, da lui qualificate, come già da R. Guénon, storia tradizionale. Nel testo che qui proponiamo, «DuTemple à la Franc-Maçonnerie par l’Hermetisme chrétien»[3], egli si appoggia ad alcuni fatti e avvenimenti, tutt’altro che insignificanti, per indirizzare l’attenzione del lettore sulle strategie attuate da certe correnti esoteriche, o più precisamente iniziatiche: alludiamo segnatamente a coloro che sono stati denominati rosacrociani, a causa dell’affinità di natura con i «Rosa-Croce» (che non hanno mai formato – e che non formano – una organizzazione propriamente detta) e con l’Ordine del Tempio. In tal modo D. Roman si dimostra fedele alle affermazioni di R. Guénon secondo cui il Rosacrocianesimo (e anche una certa cavalleria) è giunto in seno alla Massoneria, sotto la forma di un deposito simbolico cristiano, tramite il canale costituito dal Templarismo. D’altronde se ne trova una risonanza assai suggestiva nei diversi studi di Franco Peregrino sui Templari, pubblicati in questa rivista. Questo esclude che l’Ermetismo, in alcune delle sue espressioni, abbia trovato rifugio nella Massoneria qualche secolo più tardi, più precisamente nei secoli XVII e XVIII, sotto le apparenze di un «prestito» tardivo come alcuni fatti possono indurre a pensare: in effetti, tale visione superficiale è anche infirmata da certi «indizi» che conviene esaminare attentamente; tra quelli che furono oggetto di sviluppo da parte di D. Roman, uno è trattato nel suo studio su Euclide già prima ricordato, ispirato dalla storia tradizionale veicolata dai diversi Old Charges tra i quali il Dowland manuscript, il Regius, il Cooke e altri, che compongono le rare testimonianze conosciute della Massoneria operativa in Inghilterra, sfuggite all’autodafé di Anderson del 1730. Vi si tratta della leggenda che propone la filiazione dell’Ermetismo dall’Egitto tramite i canali della Grecia e dell’Islam. Un’altra testimonianza della presenza e dell’influenza dell’Ermetismo nel Medio Evo può essere constatata da chiunque: compare nell’iconografia dei monumenti religiosi o civili da tale epoca fino al Rinascimento compreso. Per quel che concerne la considerevole produzione alchemica «letteraria» dei secoli XVII e XVIII, che testimonia una volontà di esteriorizzazione conseguente a una parziale degenerescenza, e in alcuni casi anche una estinzione, essa è fin troppo conosciuta perché sia necessario insistervi, salvo che per riconoscerle una evidente anteriorità risalente a ben prima di tali secoli.

      Vorremmo concludere queste brevi note evocando un aspetto collegato all’esistenza segreta dei Fedeli d’Amore e di altre organizzazioni quali la Fede santa o la Massenia del Santo Graal. Se anche la caratteristica della loro segretezza fosse legata alla elementare precauzione in rapporto con i pericoli generati dalle influenze che provocarono la distruzione dell’Ordine del Tempio – e che d’altronde proseguirono a lungo –, si dovrebbe però cercarne le cause profonde soprattutto nella natura di ogni processo iniziatico che, essendo di per se stesso interiore, non può manifestarsi se non «al coperto». Inoltre, tutto ciò non ispirò che una «letteratura» e delle arti cosiddette «minori», ma che in realtà non furono affatto tali; l’influenza di tale natura non produsse effetti esteriori storicamente evidenti perché i tempi non erano più propizi allo «sbocciare della Rosa». Fedeli eredi di una cavalleria che declinava rapidamente, privilegiando la Forza in quanto virtù, essi assistettero al lento declinare dell’espressione della loro dignità e del loro fervore sotto l’influenza dei «tempi moderni», distruttori di ogni vera spiritualità. Ma la «vocazione» dei Fedeli d’Amore era, come quella dei Templari, orientata verso la fondazione del Santo Impero su questa terra, allo stesso modo che il percorso iniziatico vi può condurre individualmente? Abbiamo perlomeno una certezza: l’Ordine massonico ha raccolto la preziosa eredità del Santo Impero più tardi, nel momento in cui la sua «espressione temporale» stava scomparendo; e i simboli veicolati in certi rituali massonici sono l’espressione della sua presenza sempre attiva e agente, fino all’avvento dell’«ora della potenza delle tenebre».

      Cosa aspettiamo, allora, come ci conduce D. Roman, per metterci sotto la protezione vivificante della «Verità d’Amore»?

André Bachelet



note

  1. Luni Editrice, Milano 1995.

  2. Cap. XII dell’opera: René Guénon et les Destins de la Franc-Maçonnerie, Éditions Traditionnelles, Parigi 1995.

  3. Ibid., cap. IV.




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